Falcone 30 anni dopo, quello che ancora manca alla verità su Capaci

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«Ci hanno provato sul serio… menti raffinatissime»: ecco quanto Giovanni Falcone confidò all’amico Giuseppe Ayala nell’estate del 1989, all’indomani della scoperta del fallito attentato dell’Addaura.

Se “menti raffinatissime” fallirono nel 1989, è plausibile pensare che quelle stesse entità abbiano invece fatto centro, purtroppo per l’Italia e per tutti noi, tre anni dopo, il 23 maggio del 1992, nella strage in cui rimasero uccisi l’uomo simbolo dell’antimafia e la sua scorta sull’autostrada per Palermo, all’altezza di Capaci.

Risulterebbe strano identificare le “menti raffinatissime” con Totò Riina, Bernardo Provenzano e tutto il gotha mafioso e paramafioso di quegli anni, gente certo sanguinaria e feroce, personaggi pur in grado di pensare una strategia contro lo Stato, ma a cui la qualifica di “menti raffinatissime” risulta piuttosto inappropriata.

È chiaro che Falcone si riferiva a soggetti esterni alla mafia, essendo ben consapevole, che i suoi nemici andavano al di là di Cosa Nostra, annidati in vari ambienti, dalla politica all’apparato dello Stato, al potere economico e finanziario.

Che la mafia non abbia agito da sola, nell’immane attentato di 30 anni fa, è un’idea che balenò subito nella mente di molti: quella di Capaci, non fu solo una strage, ma un vero e proprio atto di guerra, sia per i suoi effetti devastanti sia per i destinatari del messaggio, cioè i vertici delle istituzioni italiane, allora peraltro impegnati nella scelta del nuovo presidente della Repubblica. Non per niente, il primo effetto politico fu il ritiro della candidatura di Giulio Andreotti, fino ad allora favorito nella corsa al Colle.

Le “menti raffinatissime” l’avevano insomma studiata bene. E non poteva essere “solo” un fatto di mafia. Non che la mafia abbia agito su commissione, non foss’altro perché Giovanni Falcone era da almeno una decina d’anni nel suo mirino e, in quel momento, Cosa Nostra era in spasmodica ricerca di vendetta, dopo le conferma in Cassazione delle condanne ai boss nel maxiprocesso di Palermo. Ma ragionare sui mandanti della strage di Capaci significa provare a disegnare un quadro più complesso rispetto a quello dell’attacco mafioso allo Stato,

In questo trentennio s’è ricorrentemente parlato di possibili complicità di apparati di sicurezza. I sospetti su rapporti inconfessabili Stato-mafia sono col tempo cresciuti, soprattutto dopo la rivelazione che un misterioso agente dei servizi avrebbe fatto sparire la famosa agenda rossa di Paolo Borsellino dal luogo dell’attentato di via D’Amelio, avvenuto a neanche due mesi dalla strage di Capaci. Ma perché funzionari infedeli dello Stato avrebbero dovuto depistare le indagini sugli attentati di mafia? Per conto di chi avrebbero agito? Quali interessi avrebbero coperto?

Parlare di poteri occulti vuol dire tutto e, nello stesso tempo, non vuol dire niente, anche se è noto che certe complicità tra criminalità organizzata e ambienti delle dirigenza pubblica, dell’imprenditoria e del potere economico siano mediati da ambienti massonici: è emerso in particolare il caso di Trapani, sul quale l’ex giudice Carlo Palermo ha scritto un libro sconvolgente, “La Bestia” (Sperling & Kupfer, 2018), libro nel quale riesce a fondere l’esoterismo con la storia giudiziaria e quella politica.

Ma, se si vuole andare al di là dei soliti discorsi sui “misteri italiani”, bisogna circoscrivere l’indagine agli ambienti che possono aver avuto interesse all’uccisione di Falcone. In tal senso emergono, non solo i politici in combutta con la mafia, ma anche gli imprenditori in rapporti, anche indiretti, con i boss. E non parliamo solo di aziende siciliane o che vivono nel sottobosco paramafioso. Parliamo anche di grandi aziende e, fatto ancor più inquietante, di grandi aziende del Nord.

Poco prima di lasciare Palermo per andare a ricoprire la carica di direttore generale  degli Affari penali che gli era stata offerta da Claudio Martelli, allora ministro  della Giustizia, Falcone ricevette un rapporto dei Ros sulle imprese che partecipavano alla spartizione dei grandi appalti gestiti da Cosa Nostra. «Imprese spesso del Nord –come annota Nando dalla Chiesa– che avevano trovato in Sicilia le opportunità offerte da un grandioso piano di lavori pubblici e che non si peritavano di sedere allo stesso tavolo con gli esponenti di Cosa Nostra, soprattutto con quello che ne era indicato come il “ministro dei lavori pubblici” , Angelo Siino» (“Una strage semplice”, Editore Melampo, 2017).

Lo stesso Siino così, più tardi, dirà ai giudici: «La vera ragione era la preoccupazione (…) che (Falcone n.d.r.) da direttore degli Affari penali del ministero e, peggio, da futuro procuratore nazionale antimafia avrebbe attivato un circuito di informazioni e investigazioni rischiose per la sopravvivenza della trama di personaggi e interessi che si erano addensati nei principali settori dell’economia italiana, specie in quello dell’economia pubblica». È quella che, sempre dalla Chiesa, definisce «convergenza di interessi» e che spiega probabilmente il clima in cui è maturata la decisione dell’attentato a Falcone. Naturalmente, avere convenienza al compimento di un orrendo misfatto non equivale a partecipare alla sua organizzazione. Però, nei rarefatti ambienti di potere, basta un cenno. E chi deve capire capisce.

Sospetti, ragionamenti, piste possibili: al mosaico della strage di Capaci mancano i nomi di alcune, importanti tessere. Ma almeno possiamo intuire di che tipo di tessere si potrebbe trattare. Le piste per arrivare alle responsabilità saranno custodite probabilmente in qualche archivio segreto.

Dopo l’arresto di Totò Riina, la villa in cui il capo dei capi si nascondeva insieme con la famiglia fu perquisita con ritardo dalle autorità. Prima dell’arrivo delle forze di polizia,  passò una squadra di mafiosi. E fece piazza pulita delle carte più compromettenti conservate dal superboss. Pare che quelle carte siano finite nelle mani di Matteo Messina Denaro. Chissà perché la latitanza dell’ultimo, storico boss di Cosa Nostra sia, da tanti anni, così ben protetta…

 

 

 

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