Io governo offre il lavoro ma si dimentica gli stipendi

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Se ne sono accorti persino Repubblica e Corriere della Sera, due giornali non esattamente attentissimi – e usiamo un eufemismo – ai problemi economici e sociali del Sud: anche i cittadini del Meridione hanno cominciato a disdegnare i posti di lavoro nella pubblica amministrazione.
A denunciarlo per ultimo è stato il ministro Enrico Giovannini, che in audizione alla Commissione Trasporti della Camera si è dovuto giustificare per il flop del nuovo concorso per 320 funzionari alla Motorizzazione, dove moltissime assunzioni sono state rifiutate nel momento in cui i vincitori – quasi tutti residenti da Napoli in giù – hanno saputo che i posti disponibili erano al Nord. Il motivo? Lo sappiamo benissimo; gli stipendi ridicoli. Lo Stato chiede a professionisti laureati di trasferirsi in una regione lontana setto o otto ore di treno da casa per uno stipendio che non arriva a 1600 euro netti al mese. A questo punto meglio continuare ad arrabattarsi con qualche lavoretto sotto casa, dove comunque la vita costa meno e non c’è da pagare affitto e viaggi di andata e ritorno per andare a trovare ogni tanto parenti e amici.
Palazzo Chigi insiste a voler fare le nozze coi fichi secchi. D’altra parte parliamo dello stesso governo che con il reddito di cittadinanza, voluto dai grillini ma difeso pur con qualche riserva dallo stesso premier, offre 800 euro al mese “gratis”, chiedendo in cambio solo di presentarsi a qualche colloquio di lavoro e fare due chiacchiere con i navigator (finché ci sono).
La situazione è talmente grave che pure quando le assunzioni sono previste per le varie Campania, Calabria e Sicilia i posti vacanti restano centinaia. Il famoso concorsone per il Sud, venduto come primo grande “abilitatore” delle riforme del PNRR con i suoi 2800 posti messi a concorso, è stato un flop per il banale motivo che i posti erano a tempo determinato e garantivano l’impiego per appena 36 mesi. Al termine dei quali si torna a spasso, costretti a riproporsi sul mercato del lavoro con tre anni di più sulla carta d’identità e un’esperienza lavorativa nel pubblico che, non neghiamolo, non è considerata particolarmente allettante al momento di un colloquio in un’azienda privata.
Per ora il mondo della PA ha provato a reagire con qualche operazione simpatia, cercando di svecchiare la propria immagine sui social o proponendo, come ha fatto l’Aran – l’agenzia incaricata della rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni – di organizzare degli Open day per gli studenti di superiori e università, sponsorizzando le eccellenze offerte da istituzioni come l’Istat e il Cnr. Soluzioni a costo zero o quasi, che difficilmente avranno successo. Il lavoro, quella cosa con la quale si pagano l’affitto, la spesa e gli studi per i figli, non può essere venduto con una mossa di marketing, come fosse un cellulare o una macchina. Se si vogliono risorse ottime, o anche solo decenti, bisogna pagarle quel tanto che basta per garantire loro uno stile di vita dignitoso.
La situazione sembra purtroppo destinata a peggiorare: dal 2008 a oggi l’aumento degli stipendi dei lavoratori statali è stato appena del 5,8 per cento, a fronte di un aumento dei prezzi che ha raggiunto l’11,8 per cento. Insomma, chi in questi anni ha lavorato per lo Stato ha visto il proprio stipendio diminuire di parecchio il suo potere d’acquisto; ora che l’inflazione promette di impennarsi anche in Italia la situazione non potrà che peggiorare; aumenti stipendiali in linea con l’aumento del costo della vita sono decisamente impensabili.

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