Referendum giustizia, la congiuretta del silenzio

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Solo la metà degli italiani è a conoscenza che domenica 12 giugno si svolgerà il referendum sulla giustizia. E, tra questa metà, solo una parte sa di cosa effettivamente si tratta, sa cioè quali sono i quesiti (cinque) su cui sono chiamati a pronunciarsi i cittadini.

In queste condizioni, solo un miracolo potrebbe consentite il raggiungimento del quorum necessario a rendere valida la consultazione referendaria: cinquanta per cento di affluenza. Intendiamoci, tutto è possibile. Però, tra i promotori (leghisti e radicali)  l’umore non è certo orientato all’ottimismo. Comunque vada a finire, la politica italiana e i mass media hanno scritto, in questa occasione, una pagina piuttosto bruttina. A prevalere sono stati infatti i miseri calcoli di bottega.

I calcoli più piccini li hanno fatti i “giustizialisti” (Pd e M5S), da sempre vicini ai magistrati e quindi contrari al referendum. Questi “campioni” della legalità non hanno avuto il coraggio di impegnarsi apertamente per il No, preferendo scommettere sull’ignoranza e sull’indifferenza degli italiani, in modo da silenziare i quesiti referendari.

In altri tempi, avremmo parlato di congiura del silenzio, ma ci sembra un’espressione inadatta per certi dirigenti politici odierni e per le loro misere strategie. Meglio parlare di congiuretta, che ben si addice ai furbetti del quartierino, come si sono rivelati in questa occasione sia i vertici dem sia i vertici pentastellati.

Grotteschi, in particolare, appaiono proprio i grillini: pur avendo nella loro identità ideologica la democrazia diretta, boicottano lo strumento per eccellenza di questo tipo di democrazia quale è il referendum. Un simile paradosso si può affermare solo nella misera realtà politica italiana, dove, a essere favoriti, sono sempre i soliti furbetti. Appunto.

Una grande figura non l’hanno fatta neanche i mass media, in particolare quelli televisivi. Nei talk show non s’è mai parlato di referendum, ma solo di Ucraina. Comprensibile? Fino a un certo punto. Non c’è solo lo share, ma anche il dovere di informare i cittadini. Anche qui troviamo un bel paradosso, visto che la politica estera, fino all’intervento russo contro Kiev, era un oggetto raro nei programmi televisivi italiani. Ora gli oracoli sono diventati gli esperti di geopolitica. Viene da ridere, se non ci fosse da piangere.

L’unica eccezione è venuta da Luciana Litizzetto. Il suo invito all’astensionismo ha scatenato polemiche, ma ha acceso i riflettori sul referendum. Anche nel suo caso si deve parlare di furbizia. Però di un livello superiore rispetto a quello dei furbetti della politica. Prima Luciana dichiara che il 12 giugno aveva «pensato di andare al mare». E questo perché dice di non sapere «tanto bene» di che si tratta. Ma alla fine del monologo afferma che comunque andrà a votare, «perché è un mio diritto e molti anni fa in tanti ci hanno rimesso la vita perché lo potessi esercitare». In un colpo solo, la Litizzetto ha accontentato e gratificato tutti. Ha gratificato gli antireferendari, perché ha fatto capire di preferire l’astensionismo. Ha gratificato però anche i referendari, non solo perché ha dichiarato che comunque andrà a votare, ma anche perché, creando polemica sul referendum, ha rotto la congiuretta del silenzio. Comunque andrà a finire, c’è sempre chi la ringrazierà. Geniale no?

E i referendari? Neanche loro ne stanno uscendo bene, in particolare i leghisti: invece di rompere la congiuretta suonando la grancassa, mantengono un profilo basso nella campagna referendaria. Solo il vecchio Calderoli s’è fatto fotografare con i cerotti in bocca, come a suo tempo faceva Marco Pannella in polemica con l’oscuramento Rai delle iniziative dei radicali. Perché se ne stanno inspiegabilmente buoni? Il motivo è semplice: vogliono limitare i danni politici e di immagine nel caso, che anch’essi ritengono probabile, di un flop del referendum per mancato raggiungimento del quorum. Anche qui ci troviamo di fronte a calcoli furbetti.

Ma questa purtroppo è l’Italia degli anni ’20 del 2000. Un’Italia troppo abituata alla malapolitica e all’esproprio, di fatto, della democrazia per ritrovare la voglia di decidere del proprio futuro.

E dire che i quesiti referendari sarebbero tali da riaccendere la passione politica. Si potrebbe, tra gli altri effetti, arrivare a una separazione delle carriere tra giudici e pm e a far saltare le regole di quel tremendo centro di potere che è diventato il Csm. Tutte cose che, direttamente o indirettamente, impattano sulla vita di tanti cittadini e che possono cambiare la giustizia in modo più radicale di quanto potrà fare la riforma Cartabia.  Invece tutto finirà nel solito sbadiglio.

«Tutti al mare, tutti al mare», cantava tanti anni fa la grande Gabriella Ferri, senza sapere che la sua canzone sarebbe diventata, in molte occasioni, un vero e proprio inno italiano.

Ogni tanto è gratificante fare i gufi: speriamo che il 12 giugno sia cattivo tempo e che tanti rimangano a casa. Tiè!

 

 

 

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