Peschiera, prove tecniche di guerra etnica in Italia

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I disordini scatenati nei giorni scorsi da un mega-branco di giovani immigrati di seconda generazione a Peschiera è un fatto gravissimo. Perché annuncia la possibilità che in Italia esplodano bombe sociali simili a quella della rivolta delle banlieue in Francia. 

Il fatto preoccupante è che nel nostro caso non ci troviamo di fronte alla ribellione di una o più periferie, che si esprime nella difesa “militare” del proprio territorio, ma in  qualcosa di peggio: la conquista simbolica, ancorché violenta, di un altro territorio. Insomma, un vero e proprio atto di aggressione.

Tant’è che l’invito alla “battaglia”, partito dai social, è stato accolto da migliaia di ragazzi. «Qui è Africa». «Vi abbiamo colonizzati». «Peschiera come Senegal». «Peschiera è nostra». Sono solo alcuni dei proclami che hanno radunato questi giovani guerriglieri urbani. E c’è anche stato chi, durante gli scontri, ha sventolato le bandiere della Tunisia e del Marocco.

Si tratta certo di sbruffonate. Ma non c’è molto da ridere: ci troviamo di fronte a una sorta di rabbia prepolitica che potrebbe provocare episodi simili a breve o a medio termine. E vale anche la pena di ricordare che, subito dopo i vandalismi a Peschiera, un gruppo di “reduci” ha pensato bene di molestare pesantemente alcune ragazze italiane sul treno da Gardaland, come a sottolineare il proprio carattere di “conquistatori” manu militari.

Quindi attenzione. Non è una maxi-rissa.  In controluce si delineano i contorni di una sorta di guerra etnica, a cui l’Italia non né abituata né preparata. 

La cosa peggiore in questi casi è giustificare la violenza degli immigrati di seconda generazione con i soliti sociologismi “anti-razzisti”: tutto dipenderebbe dalla rabbia di giovani emarginati nei “ghetti urbani”, dove sarebbero circondati dalla xenofobia degli italiani.

Il problema è che questo tipo di “cultura della giustificazione” è diffusa nei grandi media che fanno opinione. Basterà solo citare, come esempio, la “Repubblica” che ha dedicato mezza pagina, dopo i fatti di Peschiera,  al senso di rivolta dei figli dei migranti contro il paese in cui sono nati e cresciuti: «Gli italiani ci hanno isolato, per questo ci sentiamo africani». E tanto basta.

Perché sbagliano le anime belle del politicamente corretto? Perché le loro giustificazioni, non attenuano, ma fomentano la rivolta. È come dare ragione ai violenti. È come dire: «Scusateci se vi trattiamo male». Piaccia o no a lorsignori, percorrendo questa strada si favorisce il conflitto etnico.

Poi, certo, esistono odiose sacche di razzismo tra la popolazione italiana. E mettiamoci anche la crisi economica, che si fa sentire anche tra le famiglie di immigrati e che può far crescere la rabbia dei più giovani.

Ma se vogliamo rilanciare le politiche di integrazione al fine di disattivare la possibile guerra etnica prossima ventura, dobbiamo partire da un concetto fondamentale: non hanno ragione loro. Non hanno ragione coloro che odiano il paese che ha accolto i loro genitori permettendo loro di condurre una vita comunque dignitosa, indipendentemente dai risultati economici che i loro padri e le loro madri possono avere conseguito nella terra in cui hanno deciso di stabilirsi.

È duro far capire questo semplice concetto a chi ritiene invece (e parliamo purtroppo delle alte sfere della cultura e dei media) che noi italiani e noi europei abbiamo sempre e comunque torto. È duro far capire che avere l’orgoglio di vivere in un paese civile e difenderne la cultura non è razzismo, ma è la premessa necessaria per dialogare con altre culture e accogliere chi ne è portatore.

È duro, ma necessario. Perché il vero nemico della pace sociale nasce da irragionevoli ed esiziali sensi di colpa, in cui si rispecchia la tracotanza dei “conquistatori” di Peschiera, e la loro nichilistica voglia di distruzione che si può propagare ad altri, potenziali “conquistatori” sparsi per l’Italia.

 

 

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