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La madre assassina distrugge l’Italia dei mulini bianchi

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Cresce in Italia lo sgomento per i delitti in famiglia. L’ultimo, terrificante caso riguarda la madre assassina della provincia di Catania, che ha ucciso a coltellate Elena, la figlioletta di 5 anni, trovando poi la freddezza per occultarne il corpicino.

Di fronte a una madre che massacra una figlia o un figlio, specialmente se piccoli,  si perde la voglia di analizzare e di capire. Si rimane paralizzati. La mente si blocca. E l’orrore lascia una ferita nella memoria. Di ogni madre assassina ci ricordiamo bene, anche a distanza di anni. Come nel caso di Veronica, che nel 2014, in un paese del Ragusano, uccise il figlioletto di 8 anni, Loris. Una personalità a dir poco diabolica: inventò la storia che il piccolo aveva scoperto una relazione tra lei e il suocero. Ciò allo scopo di scaricare sul padre del marito (del tutto estraneo al misfatto) la responsabilità dell’omicidio. Il fatto è che l’uccisione di un figlio da parte di una madre è l’atto contro natura per eccellenza. E non ce ne faremo mai un ragione. Non cercheremo mai una spiegazione. Ci potrà essere un movente. Ma non arriveremo mai a una decifrazione.

Nel caso di Martina (questo il nome della sciagurata madre di Catania), quello che atterrisce è il suo atroce cinismo. All’inizio ha detto che “tre uomini incappucciati” le avevano rapito la figlia. Un cinismo condito con tanta goffaggine. Perché una simile storia non stava davvero in piedi. La donna ha cercato di dire che, mentre colpiva la piccola Elena, “non si rendeva conto”, di quello che faceva. In realtà, Martina, secondo gli inquirenti, avrebbe pianificato tutto fin nei dettagli.

Ad atterrire, in questo delitto, è anche il movente: la donna non accettava la nuova relazione del marito, da cui si era separata. E sembra che l’atterrisse l’idea che la figlia si potesse affezionare alla compagna del suo ex. È un movente che inquieta, perché dimostra che l’odio e il rancore possono essere in qualche caso anche più forti dell’amore materno, fino al punto estremo di offrire la propria creatura in pasto al demone della vendetta.

La tentazione, davanti al male assurdo, è quella di spiegare l’orrore con lo “spirito dei tempi”, che annovererebbe, tra le sue numerose brutture, anche le madri assassine. In realtà, le madri che uccidono i figli sono sempre esistite nella storia. Pensiamo solo al mito di Medea, trasformato in tragedia da Euripide, che uccise i figli per vendicarsi del marito Giasone, il quale voleva lasciarla per sposare un’altra donna.

Certo, la tolleranza diffusa per l’aborto può aver allentato, nella nostra società, il senso della “sacralità” della maternità. Ma i delitti in famiglia sono purtroppo una costante della civiltà umana. E non ci sono solo le madri che uccidono i figli. Ci sono anche i figli che uccidono le madri e i padri. Proprio in questi giorni, la cronaca ha riportato la triste vicenda del diciassettenne che a Napoli ha preso a coltellate la madre (adottiva). E anche in questi casi ci sono efferatezze che non dimentichiamo, come quella di Pietro Maso, che massacrò i genitori per agguantarne l’eredità. O come quella di Erika, che assassinò madre e fratellino, dando sfogo a un odio cresciuto tra le pareti domestiche.

Anche in questi casi i greci avevano dei miti belli e pronti. Come quello di Edipo, che uccise il padre (mito reso immortale da Sofocle). O come quello di Oreste, che uccise la madre (narrazione di Eschilo). Nell’antica Grecia il male della vita diventava tragedia. E recitare il dolore era un atto che coinvolgeva la comunità. Freud era ben lungi dal venire al mondo e non c’erano sedute psicoterapiche. Le persone che vivevano in quell’antica, grande civiltà non cercavano una spiegazione al male. Né cercavano consolazione. Cercavano solo la catarsi, cioè la purificazione, la liberazione dall’angoscia del vivere, mettendo il male stesso in scena.

Noi non abbiamo né Eschilo né Sofocle né Euripide. Abbiamo solo i pubblicitari dei mulini bianchi, con madri sorridenti e premurose che preparano la colazione ai figli. Una bugia in mezzo all’insicurezza e all’angoscia. E basta una madre scellerata a distruggerla.

Una volta avevamo per la verità dei bravi confessori spirituali. Che ci insegnavano a convivere con il male, promettendoci la vittoria finale del bene. Oggi queste figure si sono diradate. Lasciandoci in balia di falsi profeti che sanno solo dispensare zucchero filato. Fino al prossimo orrore.

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