No, la Russia non è in default (ma non se la passa benissimo)

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La Russia è in default? Per quanto molti – comprensibilmente – se lo augurino e quasi tutti i giornali abbiano scritto che sì, alla fine ci siamo arrivati, la risposta breve è no, la Russia non è in default.
Quella un po’ più lunga è che la Russia è in default “tecnico”, se così possiamo dire, perché se è vero che non ha pagato 100 milioni di dollari di interessi di due bond denominati in dollari e in euro è vero anche che se non lo ha fatto è solo perché le sanzioni le hanno materialmente impedito di effettuare il pagamento, non certo perché alla banca centrale russa manchino i fondi.
È comprensibile che quando la notte del 26 giugno Mosca non è riuscita a pagare gli interessi sui bond i giornali abbiano subito tirato fuori titoli suggestivi sulla Russia “per la prima volta in default da oltre cento anni”, per la precisione da quel 1918 in cui un altro Vladimir, Lenin, decise di non pagare i debiti contratti dal vecchio e ormai inesistente impero degli zar.
Non è un caso infatti che le agenzie di rating, decisamente più prudenti sulla questione rispetto alla stampa, si siano finora ben guardate dal dichiarare lo stato di default. Il paese infatti, oltre ad avere un debito pubblico tutto sommato limitato continua a contare su entrate notevoli grazie alla vendita di gas e petrolio che – lo ricordiamo per i più distratti – non solo non è diminuita ma è aumentata di valore grazie all’aumento del prezzo delle materie prime. Sarebbe insomma perfettamente in grado, se avesse ancora accesso ai conti delle banche occidentali, di pagare i suoi debiti.
Ed è proprio basandosi su questo principio che Mosca si è scagliata contro quella che considera l’ennesima bugia della “propaganda occidentale”. Il primo a parlare è stato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, secondo il quale «Le accuse di default alla Russia sono illegittime, il pagamento dei bond in valuta estera è stato fatto a maggio, se poi il pagamento sia stato bloccato a Euroclear a causa delle sanzioni, questo non rappresenta un nostro problema». Dello stesso tenore le dichiarazioni del ministro delle Finanze Siluanov, che ha parlato di «Situazione artificiale, creata da una nazione ostile», ovvero gli Stati Uniti, che hanno materialmente vietato alle banche americane di accettare i pagamenti dalla Russia.
Tutto bene quindi per Putin? Non proprio; se in effetti questo strano default non implica alcuna difficoltà odierna per la sostenibilità delle finanze russe, non è detto che non possa rappresentare un primo passo verso la destabilizzazione: nei prossimi mesi la Russia non potrà infatti rifinanziarsi sui mercati internazionali, potendo contare in buona sostanza solo sulla vendita di idrocarburi e gas a Cina e India, le quali si ritroveranno così ad avere un potere enorme su Putin. E non c’è dubbio che nel medio periodo almeno Pechino farà di tutto per esercitarlo. Il primo passo potrebbe essere la creazione di quella valuta comune ai Brics (le economie emergenti e “non allineate” all’Occidente), da usare al posto del dollaro negli scambi internazionali interni.
Non c’è dubbio che una moneta di questo genere potrebbe aiutare Putin a tenersi a galla, ma a dominare gli scambi e a decidere il funzionamento della nuova moneta sarebbe la Cina. Come abbiamo scritto più volte nelle settimane passate, l’unico elemento sicuro che sembra venire dalla guerra in Ucraina è che per rendersi indipendente da Washington Putin ha deciso di vendere la Russia alla Cina.

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