Proporzionale, qualcosa si muove: è in arrivo l’«Innominatum»?

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Quella di un possibile ritorno al proporzionale è la telenovela più lunga e stucchevole offerta dalla politica italiana negli anni più recenti. E, ogni volta che se ne riparla, si registra immancabilmente lo scetticismo degli addetti ai lavori insieme con la totale indifferenza del popolo elettore, il quale ha ben altri problemi per la testa rispetto alle amletiche domande sul sistema migliore per mandare in Parlamento quelli che in teoria dovrebbero essere i suoi rappresentanti.

Sfidando sia noia sia insofferenza, di una riforma del sistema di voto si stanno comunque occupando gli ingegnosi esperti di meccanismi elettorali anche in questo afoso inizio d’estate. Stavolta però è il caso di reprimere lo sbadiglio perché probabilmente siamo vicini a una soluzione. Forse qualcosa si sta realmente mettendo in moto. Perché mai? Perché stavolta la proposta è di carattere bipartisan: a preparare il testo sono infatti Roberto Calderoli, leghista storico, e Dario Parrini, presidente dem della Commissione Affari costituzionali della Camera.

Il lavoro dei due parlamentari renderebbe vana l’altra proposta di legge proporzionale, che giace da tempo in Parlamento: il Brescellum, dal nome del suo autore, Giuseppe Brescia, parlamentare pentasellato. Questa proposta risale al 2020 ed è cucita su misura dell’accordo tra Pd e M5S. Ma si tratta di un’era geologica fa. E in politica, si sa, chi si ferma è perduto. Il Brescellum prevede la ripartizione proporzionale dei seggi, con soglia di sbarramento al 5%. Così com’ è, questa proposta risulta indigeribile, non solo per il centrodestra, ma anche per i centristi, che non gradirebbero soglie troppo alte.

Formalmente, stando almeno alle ultime dichiarazioni, Matteo Salvini parrebbe intenzionato a tenersi il Rosatellum (il 36% dei parlamentari eletti nei collegi uninominali, i restanti con il proporzionale, a parte la quota riservata agli italiani all’estero). La motivazione formale è che Matteo ritiene l’attuale sistema elettorale più funzionale agli interessi del centrodestra. Se è così, perché allora mandare avanti un pezzo da novanta come Calderoli? Del resto, una riforma della legge elettorale  non può avvenire in tempi brevi, soprattutto in questa fase di forte agitazione provocata dai cinque stelle. Quindi, al momento, i leader del centrodestra non hanno interesse a scoprire le loro carte.

Ma vediamo ora che cosa prevede il progetto Pd-Lega in via di elaborazione, progetto che al momento potremmo chiamare “Innominatum” visto che la sua paternità non è stata ancora rivendicata. Secondo le indiscrezioni di stampa, in particolare de “la Repubblica”, ci sarebbe l’accordo su un testo che prevedrebbe la possibilità per ogni partito di correre con il proprio simbolo, valorizzando la propria identità.  Dove sarebbe allora la convenienza per il centrodestra? Nel fatto che è previsto un “piccolo” premio di maggioranza per la coalizione che ha riportato più voti.

L’appartenenza alla coalizione non sarebbe fornita dall’adozione di un simbolo unico, ma dalla semplice sottoscrizione di un programma. È quanto di meglio si può sperare di ottenere all’interno di coalizioni fluide e litigiose come le attuali.

A questo punto però si porrebbe un problema: non ci sarebbe il rischio di incorrere in una bocciatura da parte della Consulta a causa del premio di maggioranza, come fu nel caso del Porcellum? Calderoli, che ci rimase male perché autore di quella legge, avrebbe in questa occasione raccomandato «proporzionalità e ragionevolezza». La soluzione potrebbe essere quella di far scattare il premio solo a beneficio di quella coalizione i cui voti raggiungessero almeno il 45%.

L’ “Innominatum” potrebbe piacere anche a Giorgia Meloni, finora arroccata in difesa del Rosatellum. In fondo ci sarebbe sempre un premio di maggioranza e FdI potrebbe esaltare la sua, spiccata identità politica. Il fatto è che il sistema elettorale attualmente in vigore garantisce la vittoria del centrodestra solo sulla carta, anche per il deterioramento dei rapporti all’interno della coalizione. Così Giorgia avrebbe le mani libere in campagna elettorale e non avrebbe nemmeno la seccatura di confrontarsi con Salvini e Berlusconi nella scelta dei candidati nei collegi uninominali.

Per quanto riguarda il Pd, il cambiamento del sistema elettorale è stato esplicitamente auspicato da Enrico Letta, anche su imput di Romano Prodi il quale si è recentemente scagliato contro la legge attuale: «Per me tutto è meglio del Rosatellum, anche una legge le preferenze». Resta da vedere che ne pensano i pentastellati, i quali preferirebbero il Brescellum. Ma, in attesa di sapere quale sarà la loro possibile strategia dopo lo showdown di giovedì sul governo Draghi, si può già dire che la loro forza contrattuale sia comunque diminuita. E potrebbero anche ritenere conveniente, visto che hanno assaporato il dolce gusto del potere, un sistema proporzionale con il premio di maggioranza, in modo tale da sperare di entrare in un futuro governo.

In ogni caso, con quello che abbiamo chiamato “Innominatum”, si riaffermerebbe la buona regola secondo la quale le leggi elettorali, proprio perché stabiliscono i criteri della competizione politica, devono nascere da un accordo tra avversari.

Ma parlare di buone regole, nella politica italiana, è come richiamare il manuale dei boy scout, roba poco adatta ai “volponi” (ma talvolta “pollastri”) che frequentano quotidianamente il Palazzo.

Stavolta però non si tratta di fare i bravi ragazzi bensì di convergere su una convenienza comune. Chissà che l’”Innominatum”, o come si chiamerà, non sia destinato a funzionare davvero…

 

 

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