Il dolore ai tempi dei social: è giusta la spettacolarizzazione?

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Roberta Mirata, Valentina Ferragni, Martina Rodini, Emma Marrone e Fedez . Queste sono solo alcune delle celebrities, che oltre ad avere in comune una distinta fama sui social e al di fuori di essi, possiedono un ulteriore comun denominatore: l’esperienza clinica di un male e la condivisione di quest’ultimo sui social media. Tra essi , colui che ha vissuto in ultima istanza la malattia e, durante essa ha ricevuto un notevole riscontro mediatico è senz’altro Fedez. Egli è un rapper, cantautore italiano e compagno di vita dell’imprenditrice digitale più nota in Italia. Federico Lucia, a seguito della diagnosi oncologica, ha sentito la necessità di condividere quest’ultima sulle piattaforme social, al fine di di “esorcizzare”, a detta sua, la serie di sensazioni che si è ritrovato ad affrontare. Egli difatti, all’interno di questo percorso , ha mantenuto un forte contatto con il suo pubblico, utilizzando i social come un diario personale, in cui ha riposto tutti i tasselli che hanno composto il suo itinerario clinico. Il rapper infatti, ha sempre  affermato che la condivisione della sua malattia sui social si è verificata dapprima  per aiutare se stesso, cercando conforto e sostegno dai suoi seguaci, ma anche per trasmettere un messaggio veritiero, un messaggio di vita e speranza. In questo senso è lui stesso , a seguito dell’intervento, a condividere su Instagram  una registrazione, avvenuta durante una delle sue consuete sedute dallo psicologo, in cui  ha espresso la sua paura di morire. A tale registrazione affianca una dichiarazione: “Prendete queste mie esternazioni come meglio credete: voglia di condividere, manie di protagonismo o narcisismo fine a se stesso. Non me ne frega molto. Vorrei solo che chi sta affrontando una situazione simile sappia che è tutto normale, anche provare determinate sensazioni. Non siete soli”.

E’ quindi chiaro che Fedez, così come molti suoi colleghi, ha deciso di ovviare a parte della sofferenza provata usufruendo dei media, anche se quest’ultimi sono stati solo una piccola componente, per attenuare il dolore provato. Infatti è bene dire che l’essere umano si è dovuto confrontare e spesso scontrare con la parte più complessa e introspettiva  della sua dimensione emotiva: il dolore. Quest’ultimo, fin dall’antichità è stato oggetto di analisi e studio in molteplici discipline umanistiche e non, con l’intento  di esplicare il perché della sua esistenza e, la finalità di decodificare le caratteristiche  più occulte proprie del dolore stesso.

Con l’avvento dei social network e il capillare utilizzo di essi, gli equilibri emotivi con cui gli individui erano soliti misurarsi, vengono scardinati e traslati al di fuori della sfera privata. Le dinamiche interiori e più profonde dell’uomo vengono quindi  spogliate dal loro velo di discrezione, configurandosi come protagoniste di una nuova piattaforma di espressione, all’interno del quale la catarsi dell’essere umano non si posiziona in cima alla piramide delle priorità. La “digitalizzazione del dolore” portata avanti dagli influencers,  ha comportato il sorgere di non poche polemiche e quesiti, che si sono posizionati come centrali a livello sociale e mediatico.

Alla luce di ciò ci si chiede: Il dolore va vissuto o strumentalizzato? E’ complesso dare una riposta schematica e concisa a tale quesito, il cui fattore principale si struttura come un elemento emotivo concreto, poiché percettibile dall’intelletto umano, ma al contempo pieno di astrattezza, in quanto immateriale. E’ possibile però comprendere e analizzare la risonanza che tale sentimento ha ricevuto e continua ricevere a livello collettivo, ma anche propriamente storico. La sofferenza difatti è stata classificata da molti intellettuali con un accezione non negativa. Basti pensare alla celebre espressione “pathei mathos”. Essa appartiene alla tradizione greca e il suo significato è “apprendere attraverso il dolore”.  Tale locuzione, propria del drammaturgo Eschilo, si contestualizza all’interno di un’opera  appartenente al filone della tragedia, dove il fulcro sono una serie di delitti tra consanguinei e il movente è un profondo  sentimento di dolore. Lo scritto si conclude con l’ultimo omicidio, commesso da uno dei protagonisti ,a seguito della morte della sorella e, un pronto  intervento esterno. All’interno della vicenda il dolore è il sentimento cardine. Ad esso si accompagnano la sfera privata dei personaggi, dove presenzia una forte sofferenza, ammaliatrice nei confronti della ragionevolezza e, la sfera pubblica, all’interno del quale i delitti cessano di essere e, con loro cessa anche parte della tristezza dei personaggi. E’ quindi interessante notare come una forma di afflizione, il cui principio e sviluppo si è verificato in un contesto intimo e privato, abbia trovato la  sua  risoluzione ultima grazie a un intervento esterno e, di conseguenza in un assetto pubblico. In questo senso la letteratura greca ci insegna che sebbene il dolore tende ad affondare le sue radici nei meandri più profondi dell’io, spesso può dissolversi in luoghi e spazi che si collocano al di fuori dell’io stesso. In virtù di questo e prendendo in analisi il contesto contemporaneo, è bene dire che il bagaglio emotivo degli individui ha affrontato cambiamenti notevoli, a causa del processo di tecnologizzazione, ma nonostante ciò si ritrova ad affrontare meccanismi simili a quelli sopra citati. A questo punto la domanda e, forse anche la risposta, sorge spontanea: I nuovi imprenditori digitali percepiscono i social come una piattaforma in cui è possibile ,tramite la condivisione ,trovare conforto e solidarietà, oppure ci troviamo di fronte all’ennesima strumentalizzazione e spettacolarizzazione del dolore?

Di Angele Mulibinge 

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