I partiti litigano sul premier possibile? Ecco qual è il loro vero scopo

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Specchio, specchio delle mie brame, chi sarà il premier del reame? Calmi, è solo un gioco. E, se volete un consiglio spassionato, lasciate perdere gli annunci, le repliche, i sussurri, le grida che arrivano in questi primissimi giorni di campagna elettorale. È solo fumo. L’arrosto – e vedremo che consistenza avrà – verrà servito a settembre.

Le odierne schermaglie sul premier che sarà designato dall’uno o dall’altro schieramento non sono da prendere sul serio. Non c’è da dare retta alle dichiarazioni del centrodestra, dove pure uno schieramento c’è (ed è pure ben oliato). Figuriamoci se c’è da prestar fede a quello che dicono sul fronte opposto, dove uno schieramento ancora non c’è.

In caso contrario, c’è da diventar matti. Prendiamo ad esempio la telenovela di Draghi  premier sostenuta da Calenda. Il mistero buffo è che il pestifero Carletto  non vuole imbarcare Matteo Renzi, che pure è il più draghiano dei draghiani. I due campioni centristi si sono incontrati in questi giorni e contano di rivedersi a breve. Ma non si sono evidentemente ancora messi d’accordo, visto che l’ex-premier ha annunciato la sua intenzione di correre da solo. Renzi senza alleati? Beato chi ci crede. A sua volta, Calenda fa sapere che, in caso di impossibilità di riportare Draghi a Palazzo Chigi, sarebbe disposto lui stesso a formare un governo. Senso dello Stato? No, mancanza di senso del ridicolo. Ma, nel gioco del premier, tutto è permesso.

Di premiership non vuole sentir parlare Enrico Letta, che ha inventato, per sé, l’immaginifico ruolo di “front runner” (corridore in testa). È evidente che Enrico muore dalla voglia di tornare a Palazzo Chigi, ma non lo può dire per non far saltare i delicatissimi giochi delle alleanze in costruzione.

Più complesso è il gioco sul fronte del centrodestra, dove assistiamo a un braccio di ferro abbastanza accanito tra Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi. La leader di FdI minaccia di lasciare appiedati gli alleati se non ci sarà accordo sulla premiership. Il Cav  non si scompone e manda a dire all’alleata-rivale che il tema del premier non lo «appassiona». Davvero? E allora perché la provocazione di Antonio Tajani premier «voluto» dal Ppe? Il leader di FI ha voluto in realtà colpire i “sovranisti” di FdI sul nervo, per loro sensibile, delle “ingerenze” europee.  Ma non è che un gioco, niente altro che un gioco, ancorché, a tratti, duro.

Perché allora, da destra a sinistra, questa alluvione di balle, bugie, inganni e trabocchetti su chi sarà il premier designato dall’uno o dall’altro schieramento in caso di vittoria? I motivi sono due.

Primo: il candidato premier di una coalizione tira la volata al partito di cui è leader. La Meloni la tirerebbe a FdI. Draghi -che da parte sua non blocca Calenda- la tirerebbe all’area di centro in via di costituzione. Ma è per questo che Letta non vuol sentir parlare di Super-Mario di nuovo premier. Ed è sempre per questo che il segretario dem si propone come “front runner”.

Secondo: il vero gioco dei partiti, in questo momento, è la formazione delle liste  unitamente alle candidature nei collegi uninominali. La questione del premier è solo uno schermo.

In questo gioco, il più inguaiato è Enrico Letta. I seggi da garantire si sono paurosamente ridotti, sia per il taglio dei parlamentari sia perché il Pd dovrà far posto a vari “progressisti” forestieri (compreso Gigino Di Maio).

Anche sull’assegnazione delle candidature nei collegi uninominali s’annuncia un bagno di sangue per il Pd. La coalizione, chiamiamola così, avrà bisogno di molti candidati che siano capaci di portare anche solo una piccola dote di voti purché  sufficiente a spostare gli equilibri nelle circoscrizioni più contese. “Repubblica” ha diffuso uno studio che contiene dati allarmanti per il Partito democratico e i suoi cespugli: senza l’apporto di validi alleati, il partito di Letta rischia il cappotto da parte del centrodestra. Forse è un modo per terrorizzare i dem al fine spingerli a riannodare in qualche modo i rapporti i fili con Conte ed M5S. Come si suol dire, “à la guerre comme à la guerre”. Certo è che oggi, quello del candidato premier, è l’ultimo dei pensieri di Letta.

Per quanto riguarda il centrodestra, il vero discorso si riduce ai collegi uninominali. La Meloni ne vuole per sé la metà, perché la percentuale che i sondaggi assegnano a FdI è circa il 50% dei consensi complessivamente stimati per la coalizione. Se fosse questo il criterio di assegnazione delle candidature, a Berlusconi toccherebbe un piatto davvero magro. La sua ferma opposizione alla premiership di Giorgia ha quindi tutta l’aria di un mezzo per alzare il prezzo di Forza Italia nelle trattative.

Chi sarà alla fine il premier? Lo sapremo al momento opportuno. In questa fase ci resta solo da goderci le schermaglie tra partiti. Non è uno spettacolo molto divertente, d’accordo. Ma è quello che oggi passa il convento della politica.

 

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