Accordo Calenda-Letta, ecco perché è nato il “campo ristretto”

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Il tormentone di mezza estate è terminato: Carlo Calenda ed Enrico Letta si sono alla fine messi d’accordo. Ancora non conosciamo tutti i termini dell’intesa, ma sappiamo già che il segretario del Pd è  stato generoso con il leader di Azione: pur se i sondaggi assegnano ai neocentristi meno di un quarto della percentuale accreditata ai dem (4-5 contro 21-22) , Calenda è riuscito a strappare il 30% delle candidature nei collegi.

Altro risultato ottenuto da Azione è il fatto che non verranno presentati nomi “divisivi” nei collegi. Ciò vuol dire che, ad esempio, gli elettori di Calenda, favorevoli a rigassificatori e centrali a carbone, non si ritroveranno né un Frantoianni né un Bonelli sulla scheda dell’uninominale. Allo stesso modo, gli elettori “progressisti” non si ritroveranno, a loro volta, né la Carfagna né la Gelmini, che fino a poche settimane fa erano associate a Berlusconi e al centrodestra. Nessuno imbarazzo, nessun rospo da ingoiare.

A spingere l’assertivo Carlo all’accordo con l’esperto Enrico – accordo che a questo punto potremmo chiamare “campo ristretto” – è la previsione, suffragata dagli esperti sondaggisti, che il centrosinistra perderebbe almeno 16 seggi di quelli potenzialmente ottenibili nei collegi nel caso di una corsa separata di Azione/+Europa, da una parte, e Partito democratico più alleati minori, dall’altra.

Quelle poche percentuali in più che un Calenda da solo otterrebbe eventualmente nel proporzionale servirebbero a ben poco in termini di ripartizione di seggi: il centrodestra raccoglierebbe eletti a mani basse nei collegi uninominali. Il che, secondo uno studio circolato nei giorni scorsi, condurrebbe a un Parlamento con una maggioranza di centrodestra di circa il 60%. I tradizionali rapporti di forza politici all’interno delle istituzioni salterebbero, sia nella composizione degli organismi parlamentari sia nella ripartizione del potere all’interno dello Stato. Basterà solo dire che nel corso della prossima legislatura è prevista la sostituzione di 3 giudici costituzionali di nomina parlamentare.

Il centrodestra potrebbe approfittare di una simile situazione per attuare quella “rivoluzione” dentro lo Stato e nel potere reale che ha a lungo inseguito. Ma questo è un altro discorso…

In ogni caso, le sirene d’allarme dentro i palazzi  dell’establishment devono essere risuonate in questi giorni in modo particolarmente fragoroso ed è ben immaginabile che le pressioni per spingere Calenda ad abbandonare i suoi sogni di gloria siano state particolarmente forti.

Va anche detto che le ragioni del leader di Azione non erano comunque infondate. Calenda ha infatti contestato la logica “frontista” , quella cioè del tutti insieme contro la “bieca” alleanza delle destra, la stessa logica, che portò in passato alla vittoria elettorale  di Prodi in due occasioni. Ma che poi, in entrambi i casi, si rivelò alla lunga controproducente, perché i governi presieduti da Romano non riuscirono mai a superare i due anni di vita, peraltro travagliata.

Carlo è comunque riuscito a porre un argine alla sinistra del Pd e dei suoi cespugli. Sarebbe infatti una clamorosa (e rovinosa) perdita di credibilità se a questo punto Letta tentasse di stabilire un accordo “tecnico” (magari di desistenza in qualche collegio del Sud) con il M5S. Sarebbe un’autosconfessione sia per il leader del Pd sia per quello di Azione.

È lecito ora attendersi una campagna aggressiva da parte del “campo ristretto” nei confronti del centrodestra, con le accuse di populismo anti-Ue e di filoputinismo. Ma da Giorgia Meloni è già partita la contromossa, visto che sta tenendo basso il volume della sua campagna per non spaventare i poteri forti al di qua e al di là delle Alpi. È riuscita anche, Giorgia, a silenziare Salvini nella sua pretesa, strombazzata ai quattro venti di tornare a fare il ministro dell’Interno, cosa che stava già portando alla mobilitazione  delle associazioni pro-migranti e di varia sinistra politically correct.

Quali prospettive può avere questo inedito campo ristretto? Difficile, anzi difficilissimo, che riesca a vincere le elezioni. Al massimo riuscirà a ridimensionare la vittoria del centrodestra, che rimane l’ipotesi più probabile, anche se di qui al 25 settembre mancano ancora otto settimane e tutto può ancora accadere.

L’unico, vero tallone d’Achille nel campo ristretto è la compresenza di due leader forti. Già Calenda si è attribuito il ruolo di secondo “front runner”. Due corridori di testa, in un campo rimpicciolito, rischiano prima o poi di scontrarsi.

 

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