Zero covid ma pure zero Pil (o quasi). La Cina di Xi comincia a tremare

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Chissà quanto i capi di governo delle disgraziate democrazie occidentali stanno ora invidiando Xi Jinping, che ieri ha potuto serenamente annunciare che la Cina non darà più stime sulla crescita del Pil, senza sollevare alcun polverone sui giornali (tutti controllati dal partito) o tra i cittadini (ancora più controllati). Con un semplice discorso tenuto in occasione del XX Congresso del Partito Comunista, il presidente ha spiegato serafico che il target di crescita del 5,5% previsto per il 2022 verrà sostituito da un decisamente più flessibile “miglior risultato possibile”. Insomma, a Pechino si sono convertiti al “Signo’, famo il possibile”.
A quanto pare Xi non ne ha voluto sapere di rivedere al ribasso l’obiettivo che era stato comunicato lo scorso marzo, e che era comunque bassissimo per gli standard del Dragone, che fino a qualche anno fa veleggiava su crescite a doppia cifra. Ma d’altra parte la decisione di combattere il Covid con la sola arma del lockdown al primo apparire di qualche nuovo caso – e anche qui, come devono invidiare Xi i governanti europei che vengono accusati di aspirazioni dittatoriali per il green pass! – sta avendo costi pesantissimi sull’economia. Se gli operai sono costretti a restare a casa per una settimana o due le aziende non producono, gli intermediari non vendono e il Pil boccheggia. Boccheggia tanto che secondo Reuters, che in quanto fastidiosa società occidentale continua a fare calcoli pure quando Xi non vuole, quest’anno la Cina non arriverà a crescere neanche del 4%; una cifra di tutto rispetto in assoluto ma decisamente troppo inferiore a quanto promesso solo qualche mese fa per poterla ammettere.
Da bravo demagogo Xi ha cercato di suggerire ai cittadini di star sacrificando la crescita per il bene dei suoi compatrioti: “Meglio influenzare per un po’ l’andamento dello sviluppo economico – ha detto – che danneggiare la salute delle persone, in particolare anziani e bambini”. Una bella trovata, non c’è che dire. Ma se i cittadini si faranno convincere a farsi ancora murare in casa e rischiare il licenziamento per il loro bene, un po’ più difficile sarà convincere gli investitori stranieri che le cose continuano ad andare alla grande nella prima manifattura mondiale. secondo il Financial Times Pechino si prepara a mettere sul piatto 150 miliardi di dollari in prestiti per sostenere il settore immobiliare e che sarebbe insieme alla lotta al Covid uno degli elementi principali alla base della bassa crescita vista nei primi mesi dell’anno. L’obiettivo è finanziare i progetti di costruzioni rimasti a metà per mancanza di fondi e aiutare i cittadini a comprare casa (una buona fetta dei lavoratori cinesi convive in appartamenti affollatissimi, dove ogni singola camera viene trasformata in microappartamento autonomo).
La sfida per Xi è enorme: tra pochi mesi verrà confermato presidente per la terza volta grazie all’eliminazione del limite dei due mandati fatto approvare nel 2018. La Cina si avvia a diventare una autocrazia non più governata da un partito o da un numero ristretto di leader, ma da un uomo forte al comando, avvicinandosi sempre più alla Russia putiniana. Xi deve dimostrare ai cittadini che questo cambiamento conviene anche dal punto di vista economico, altrimenti gli toccherà dar ragione a quegli insopportabili occidentali con la loro fissazione del ricambio dei vertici.

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