Guerra in Ucraina, c’è già un vincitore: il dollaro

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Una delle notizie più importanti delle ultime settimane è passata quasi in sordina sui media: parliamo dall’euro soverchiato dal dollaro sui mercati. Nella seconda metà di agosto, la moneta europea è scesa sotto la parità con quella americana. Sulle piazze finanziarie, l’euro è stato scambiato a 0,933 di dollaro.   

Una cosa del genere non accadeva da almeno vent’anni, in pratica dalla nascita stessa dell’euro. L’ultima volta che la moneta unica andò sotto il biglietto verde fu nel marzo del 2002, quando cioè la circolazione dell’euro avveniva da soli tre mesi. Da allora in poi, la moneta Ue è stata ininterrottamente sopra al dollaro.

Per molti sarà il frutto di una fisiologica oscillazione, di cui non preoccuparsi. Invece c’è da preoccuparsi, eccome. E ciò al netto del vantaggio competitivo per l’industria manifatturiera nelle esportazioni al di fuori dell’area euro.

Il problema è che questa caduta di valore segnala una sfiducia crescente nell’economia europea, con il conseguente esodo di capitali verso i Buoni del Tesoro Usa.

Non è un fatto tecnico ma eminentemente politico, perché il deprezzamento dell’euro è conseguenza diretta della guerra in Ucraina, con tutti i pesanti effetti che ne sono derivati in termini di innalzamento record dei costi energetici. I capitali, si sa, fuggono dalle aree crisi, come appunto è diventata l’Europa con il conflitto scoppiato ai suoi confini orientali. Se diamo un’occhiata ai grafici, avremo l’evidenza pratica dello stretto legame tra guerra in corso e deprezzamento dell’euro: fino a febbraio, mese dell’inizio delle ostilità, l’euro valeva 1,15 di dollaro. Poi, in quelle stesse settimane, la curva è precipitata di dieci punti, fino al livello sotto zero di oggi.

Si può concludere che la guerra in Ucraina faccia molto bene al dollaro e di  conseguenza all’economia americana. Non è  il caso di fare dietrologie e spiegare l’intransigenza anti-russa di Joe Biden (solo) come un modo per favorire l’apprezzamento del dollaro. Però non è dietrologia, ma un dato di fatto, che nel modello economico americano l’andamento del dollaro svolge un ruolo cruciale.

Per capire questo meccanismo politico-monetario bisogna riandare all’agosto del 1971, quando l’allora presidente Usa, Richard Nixon decretò la fine del “gold standard”,  cioè del legame tra dollaro e oro, un legame che era stato stabilito  negli accordi di Bretton Woods del 1944. In base agli stessi accordi, il biglietto verde americano era diventato anche la moneta di riserva internazionale, vale a dire la moneta di riferimento degli scambi commerciali a livello mondiale.

Il motivo ufficiale fu che il legame dollaro-oro era diventato insostenibile per gli Usa, gravati dagli alti costi della guerra in Vietnam e dall’ascesa delle economie europee: gli “euro-dollari” stavano depauperando le riserve auree degli Usa.

In realtà, con il divorzio dollaro-oro, la potenza economica Usa si spostò dalle merci alla finanza, con il dollaro che divenne il padrone assoluto delle transazioni mondiali perché non ebbe più un limite e una misura nel metallo più prezioso.

Gli Usa –osserva il generale cinese Qiao Liang, co-coautore del libro-cult della polemologia del XXI secolo, “Guerra senza limiti- attuarono così una sorta di “colonizzazione finanziaria” dei Paesi in via di sviluppo e della stessa Europa, che invece continuavano a basare il loro modello economico sull’industria manifatturiera. Questa colonizzazione consisteva nel «portare il mondo nel sistema finanziario statunitense e lasciare che la ricchezza materiale si riversasse nelle loro botti come l’acqua corrente». In pratica, gli «americani producono dollari e il resto del mondo produce merce che con i dollari verrà scambiata» (“L’arco dell’impero”, a cura del generale Fabio Mini, Leg edizioni, 2021).

Non si spiegherebbe altrimenti il perché gli Usa non si preoccupino minimamente di essere un Paese in deficit cronico da decenni: «Gli Stati Uniti –osserva ancora Qiao Liang – non hanno paura del deficit delle partite correnti, ma temono il deficit del conto capitale. E, per mantenere un’eccedenza del conto capitale, non esiteranno certo a usare i mezzi della guerra per danneggiare l’ambiente d’investimento di altri Paesi (…) per riportare dollari in America».

La guerra in Ucraina è oggi funzionale alla finanza americana per abbattere il più insidioso avversario del dollaro come moneta internazionale: l’euro. Sarà un caso, ma è incontestabile che, dallo scoppio del conflitto a oggi, l’Europa risulta gravemente danneggiata come “ambiante di investimento” di capitali. Sarà un caso…

 

 

 

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