Fitch promuove l’Ue: senza il gas russo sarà dura ma resisterà

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Sarà che negli ultimi due anni, tra Covid, inflazione, guerra in Ucraina e aumento dei tassi abbiamo fatto il callo alle brutte notizie, ma fa una certa impressione la quasi totale indifferenza, mista a rassegnazione, con la quale i nostri politici hanno accolto l’annuncio di Fitch che per l’Europa ormai la recessione 2022 è cosa quasi sicura.
Secondo un report pubblicato oggi dall’agenzia di rating infatti nel secondo semestre del 2022 la UE vedrà il suo Pil calare notevolmente, principalmente a causa delle difficoltà della Germania e dell’Italia. La previsione si farà certezza se, come tutti si aspettano, i russi interromperanno del tutto le forniture al vecchio continente, costringendo i governi a precipitosi piani di razionamento visto che la diversificazione delle fonti d’importazione verrà completata, se tutto andrà bene, nella seconda metà del 2023.
Va detto che gli analisti di Fitch considerano la Ue un pugile in difficoltà, ma tutt’altro che suonato: a loro parere Bruxelles può contare su “una strategia credibile per mitigare gli effetti peggiori di uno stop alle importazioni di gas dalla Russia nel 2023, subordinata però a rapidi aggiustamenti dell’equilibrio tra offerta e domanda”. Insomma, riuscirà a resistere alla crisi causata dalla chiusura dei rubinetti anche se “non senza dolore”. L’effetto negativo sul Pil Ue dovrebbe non andare oltre l’1,5-2%, anche se ovviamente qualche paese, come l’Italia, soffrirà di più, rischiando di perdere il 2,5%. Chi come la Francia è invece meno esposto perché può contare su fonti di energia alternative al gas, come il nucleare, dovrebbe limitarsi a un sostenibile -1% (la stima è proprio del ministro delle finanze francese Bruno Le Maire).
Il problema è che l’analisi di Fitch è quasi troppo ottimistica: si ostina infatti a considerare la UE come un tutto che risponde in maniera coordinata alle sfide lanciate da Mosca, ma la realtà è che, in attesa di un accordo sul tetto al prezzo del gas che potrebbe non arrivare mai, ognuno come al solito fa per sé, e l’Italia soffre più degli altri.
Per ora il ministro Cingolani ha proposto soluzioni che suonano “caserecce”, per quanto piuttosto efficaci: abbassare di un grado i termosifoni, che andranno tenuti accesi un’ora in meno e forse dovranno restare spenti fino a novembre. L’obiettivo è diminuire il nostro fabbisogno del 10% senza danneggiare la produzione industriale, che se dovesse anche solo rallentare ci porterà dritti alla stagflazione (ovvero decrescita del Pil accompagnata da aumento dei prezzi). Non si tratta di semplici consigli, ma di disposizioni che verranno definite con un decreto ministeriale nei prossimi giorni e che contemplerà anche lo scenario più drammatico, quello che vede un’interruzione totale delle forniture russe già dalla fine di quest’anno.
A paventarle, del resto, ha provveduto proprio oggi il vice premier russo Alexander Novak, secondo il quale Mosca sospenderà le forniture di petrolio a quelli che i russi chiamano “Paesi ostili” (insomma, l’Europa) se questi imporranno restrizioni sul prezzo del petrolio russo. Insomma, viene quasi da sperare che il cambiamento climatico ci porti un inverno particolarmente mite.

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