Fallita? Macché, MPS rilancia e si propone come terzo polo bancario

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È tecnicamente in bancarotta, è decotta, ormai è rimasto solo il marchio, ne faranno spezzatino. Sono queste le frasi più frequenti usate nell’ultimo paio d’anni per commentare le sorti del Monte dei Paschi di Siena. Eppure l’istituto bancario più antico del mondo, vanto e poi vergogna e adesso un po’ di nuovo vanto di quella sinistra che ne avevano fatto una banca “di amici per gli amici”, in qualche modo resisteva, mentre altre sigle in teoria più floride fallivano sul serio o finivano fagocitate da questo o quell’altro istituto.
Fino ad arrivare a ieri, con la Borsa che promuove la prossima ricapitalizzazione da 2,5 miliardi con un clamoroso rialzo del 19% delle azioni del Monte, consentendo al nuovo ad Luigi Lovaglio, di rilanciare proponendo la banca come terza forza per spezzare l’ormai consolidato duopolio bancario Intesa-Unicredit.
Fino a qualche mese fa una dichiarazione del genere avrebbe fatto ridere chiunque, ma adesso analisti e investitori ascoltano con attenzione le parole dell’ex manager di Unicredit, che ha nel curriculum l’ottimo lavoro fatto con il rilancio del Creval. A uscire allo scoperto finora sono state Anima, holding che si occupa di risparmio gestito, e Axa (assicurazioni), che potrebbe sottoscrivere quote al momento della ricapitalizzazione, ma Lovaglio ha fatto capire di aspettare che nuovi investitori bussino nei prossimi giorni alla sua porta. Anima e Axa già collaborano con Siena, la prima fornendo servizi di risparmio gestito e la seconda polizze ai clienti della banca, ma è probabile che presto arrivino società esterne, che fino a ieri mai avrebbero immaginato di investire in Mps.
Ma come è possibile che il vento sia girato così velocemente? Un bell’aiuto lo ha messo la Bce, che col suo maxi aumento dei tassi di 75 punti base, dà ossigeno alle banche assicurando milioni di euro in più in margini d’interesse sui crediti bancari. Un altro è venuto dal piano di alleggerimento dei costi; l’uscita anticipata di 3.500 dipendenti, se nel breve periodo potrebbe costare circa 800 milioni, negli anni successivi verrà ampiamente ripagata da una forte diminuzione dei costi di gestione, senza contare che l’uscita di dipendenti di una certa età accelererà il passaggio a una nuova generazione di banking, più legata a prodotti e servizi digitali.
Infine il già citato coinvolgimento di Anima e Axa, che godono di ottima reputazione sui mercati, ha dimostrato al mercato che investire in Mps potrebbe diventare conveniente. A questo punto l’unico interrogativo rimane quello politico: Lovaglio aveva la fiducia di questo esecutivo, che ne aveva deciso la nomina tra le mille polemiche alzate dai sostenitori del suo predecessore Bastianini, ma non si sa come potrà convivere con il prossimo esecutivo. Il consigliere economico di FdI Maurizio Leo è già intervenuto invocando un rinvio dell’aumento di capitale a un momento successivo alla formazione del nuovo governo. Il problema è che se avremo un nuovo Parlamento il 26 settembre, per un nuovo esecutivo potrebbe volerci molto di più. E se c’è un lusso che la rinascente Mps non può permettersi è il tempo.

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