Letta resta in panne e perde per strada pure Landini

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L’ultima disavventura di Enrico Letta fa abbastanza ridere, non solo i cattivoni della destra, ma dovrebbe anche farci riflettere: avendo in programma un passaggio a Torino per un comizio in piazza D’Armi, il segretario del Pd aveva deciso di arrivarci con un mezzo elettrico (per inciso, un poco patriottico furgoncino Mercedes) che è il simbolo della sua campagna elettorale. Il simbolo, appunto, qualcosa da usare per qualche photo opportunity, una bella intervista di fronte al veicolo fermo e magari un breve video che lo vede partire dal parcheggio, silenzioso e (relativamente) ecologico. Ma niente, quell’inguaribile romantico del leader Pd ha voluto usarlo veramente e quello, come quasi spesso capita alle auto elettriche, soprattutto in un paese dove le colonnine di ricarica sono quasi inesistenti, lo lascia a piedi a metà percorso. E lui e il suo staff sono costretti a farsi venire a prendere da un’altra auto arrivando in ritardo all’appuntamento coi militanti piemontesi.

Il suo entourage ha cercato di giustificare la disavventura come una specie di atto dimostrativo; volevano “attirare l’attenzione sui problemi della mobilità sostenibile – hanno giurato – denunciando la carenza di piazzole per la ricarica sulle strade del nostro Paese”. Due risate e caso chiuso quindi, come per le precedenti gaffe del segretario, dal tweet su pancetta o guanciale all’hamburger vegano alla festa dell’Unità? No, stavolta l’evento merita qualche riflessione ulteriore.
Decidendo di far rappresentare la sua campagna da un furgoncino elettrico la sinistra italiana ha per l’ennesima volta dato ragione a chi, da destra ma non solo, la critica per la tendenza a un radical chic che si dimentica sempre di fare i conti con la realtà economica del paese.
Questo abbraccio entusiasta del nuovo va bene nella famosa ztl romana o milanese dove Letta vorrebbe rinchiudere Calenda, meno per l’Italia intera, soprattutto se si guida un partito che sta chiedendo il voto a milioni di cittadini che un’auto elettrica non possono neanche sognarsela e sono preoccupati per una transizione industriale che rischia di mettere a terra l’enorme indotto nazionale sull’auto, quasi del tutto basato sui veicoli a combustione. Un partito che ha a cuore le sorti dei lavoratori e di chi fatica ad arrivare a fine mese si preoccuperebbe di avere un atteggiamento un po’ più maturo e sfumato di una Greta Thunberg.
Non è un caso quindi se Letta sia riuscito nel miracolo di allontanare la Cgil dalla sinistra; all’incontro di ieri a Bologna, di fronte a 5mila delegati, Landini ha detto l’indicibile: “L’unico appello elettorale che mi sento di fare da questo palco è quello di andare a votare”. Un via libera del quale gli iscritti della Cgil, che da tempo votano in massa Lega e FdI, a dir la verità neanche avevano bisogno. Ma Landini rincara; di fronte a un giornalista che gli chiedeva se davvero per lui era indifferente votare destra o sinistra, risponde con un eloquente “la Cgil non è un partito politico”, e che dopo il 25 settembre “tratterà con qualunque governo si formi dopo il libero giudizio espresso dagli elettori”. E c’è da credere che un come Salvini, che a Landini si è già avvicinato promettendo di eliminare la riforma Fornero, farà di tutto per non farsi sfuggire l’occasione. Mentre Letta probabilmente farà le valigie per tornarsene a fare il professore a Parigi. Su un’auto elettrica ovviamente.

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