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Alluvione Marche, peggio della bomba d’acqua c’è la burocrazia

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Questa proprio ci mancava: la colpa della sciagura che ha colpito in questi giorni le Marche sarebbe di un algoritmo, quello che ha impedito alla Sala operativa regionale di allertare i sindaci di Senigallia, Cantiano, Pianello di Ostra e degli altri Comuni colpiti. Il modello matematico prevedeva bombe d’acqua in Toscana e non nelle Marche. Così non è stato lanciato per tempo l’allarme meteo sull’imminente “Apocalisse”, come il disastro è stato definito dai maggiori quotidiani nazionali.

E così, per spiegare l’origine delle troppe sciagure che devastano frequentemente  il territorio italiano, dobbiamo aggiungere i “modelli predittivi” che producono previsioni sballate. Prendersela con i numeri non costa nulla. Come, alla fine, non costa nulla neanche prendersela con il riscaldamento climatico. E infatti, anche in questo caso, non sono mancati i riferimenti al clima impazzito per le emissioni nocive. Né poteva mancare nemmeno l’accusa alla politica che si disinteressa dell’ambiente.

Tutto giusto. Senonché, nel caso dell’alluvione nelle Marche, bisognerebbe puntare il dito anche sui perversi meccanismi burocratici che rallentano (e in qualche caso impediscono) le opere di messa in sicurezza del territorio e di riparazione del dissesto idrogeologico. Il fiume Mesa, che ha rotto gli argini causando il disastro di questi giorni, era esondato già nel 2014, provocando quattro vittime. Quindi si sapeva che l’area era a rischio. Nonostante ciò, in otto anni, non si è riusciti a completare gli interventi che pure erano stati previsti.

A essere precisi, è dal 1986 che si parla della necessità di mettere in sicurezza il Mesa. All’epoca erano anche stati stanziati dei fondi. L’idea era quella di costruire una grande vasca di espansione per il drenaggio delle acque e la conseguente limitazione della furia del fiume nelle fasi di piena. Ma poi nessun cantiere fu aperto, perché non tutti i tecnici e i burocrati la vedevano allo stesso modo e alla fine i fondi finirono altrove e per altre destinazioni.

Poi, appunto nel 2014, si ripropose l’emergenza. Ma ci vollero altri quattro anni per cominciare a vedere qualcosa. Nel 2018 furono bandite due gare per opere urgenti di manutenzione: rifacimento degli argini e pulizia dei detriti. Ma la montagna partorì il topolino. Perché i lavori sono stati ultimati per soli quattro chilometri. Tutto il resto, misteriosamente, si è bloccato per procedure di impatto ambientale non previste.

Quello che accade nelle Marche non è diverso da quello che accade nel resto del Paese a rischio idrogeologico. Ovunque non si riesce ad allestire un’adeguata manutenzione (neanche ordinaria) del territorio. «Manca –si legge in una dura relazione della Corte Conti dell’ottobre scorso- una governance di spesa, manca la capacità progettuale delle Regioni, mancano i profili tecnici adeguati e manca innanzi tutto la capacità di pianificazione del territorio».

Ai ritardi e alle inefficienze della burocrazia si aggiunge in ogni caso l’insufficienza dei fondi a disposizione (peraltro, come abbiamo visto, meramente teorici). Il 91% dei Comuni italiani è a rischio idrogeologico e ci sarebbe bisogno di un vasto piano pluriennale per la messa in sicurezza del territorio. Una tale operazione comporta investimenti elevati. Nel 2013 il ministero dell’Ambiente stimò in 40 miliardi di euro, da ripartire in quindici anni di lavori, il costo complessivo degli interventi necessari alla prevenzione dei disastri. Ma, di fatto, ammonta a soli 7 miliardi la somma stanziata per 20 anni, un cifra molto lontana dall’obiettivo di garantire il minimo indispensabile.

L’unica, concreta prevenzione dei disastri è affidata, al dunque, all’algoritmo del servizio meteo. Che spesso neanche ci azzecca.

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