Il lato oscuro di Shein

sabato, 22 Ottobre 2022
2 minuti di lettura

Shein è una delle più famose aziende di vendita online di fast-fashion, tuttavia avrebbe un lato oscuro.

Turni di lavoro estenuanti di ben 18 ore per realizzare almeno 500 capi d’abbigliamento al giorno. Questo costituirebbe l’apice del terrificante retroscena che si celerebbe dietro i vestiti del popolarissimo marchio, ma in realtà c’è molto di più.

A fare luce su quanto accadrebbe nei laboratori tessili del colosso cinese una nuova inchiesta shock, realizzata dalla rete televisiva britannica Channel 4, la quale ha riaperto il dibattito sulle dinamiche inaccettabili legate al mondo del fast-fashion.

L’emittente televisiva britannica avrebbe infatti condotto un’inchiesta per indagare sulle condizioni di lavoro degli operai di Shein e, per riuscire nell’intento, avrebbe fatto infiltrare una donna sotto falso nome in una delle sedi di produzione in Cina.

Ciò che emerso dall’investigazione sotto copertura, che prende il titolo di “Untold: Inside the Shein Machine”, mostrerebbe una situazione ancora più drammatica e inaccettabile di quanto immaginato. Grazie all’installazione di telecamere nascoste, sarebbe stato possibile confermare lo spaventoso sfruttamento a cui sono costretti i lavoratori.

Dall’inchiesta sarebbe emerso che i lavoratori di Shein sarebbero costretti a cucire 500 capi al giorno, con turni di 18 ore, con un costo della manodopera misero: 4 centesimi a testa. Questo spiegherebbe il motivo per cui il vestiario del noto marchio risulterebbe così conveniente.

Nel sito di Shein, infatti, è facile trovare capi d’abbigliamento anche alla modica cifra di pochi euro. Il tutto alle spese dei lavoratori sottopagati e sfruttati. 

Lo stipendio mensile dei lavoratori è di circa 4000 yuen. In soldi italiani, si tratterebbe di circa 550 euro. Inoltre, ai lavoratori spetterebbe un solo giorno libero al mese e durante la giornata lavorativa non sarebbe concessa nessuna pausa.

Dunque, i dipendenti si ritroverebbero a sfruttare la pausa pranzo per dedicarsi all’igiene personale. Infatti, durante le riprese, le telecamere avrebbero filmato una donna mentre si lavava i capelli in bagno durante l’ora della pausa pranzo, in quanto a casa non avrebbe avuto il tempo a causa dei lunghi turni.

In seguito alla denuncia di Channel 4, il colosso di Shein è stato ricoperto di critiche da parte degli attivisti, che sono subito accorsi a protestare.

Dopo la diffusione dell’inchiesta, la reazione del colosso cinese della moda non si è fatta attendere.

Shein ha infatti tentato di difendersi, prendendo le distanze da quanto documentato dalle telecamere ed ha dichiarato: «Siamo estremamente preoccupati per le affermazioni presentate da Channel 4, che violerebbero il Codice di condotta concordato da ogni fornitore Shein. Qualsiasi non conformità a questo codice viene gestita rapidamente e porremo fine alle partnership che non soddisfano i nostri standard. […] Gli standard Shein’s Responsible Sourcing (SRS) vincolano i nostri fornitori a un codice di condotta basato sulle convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro e sulle leggi e normative locali, comprese le pratiche e le condizioni di lavoro.»

Alla luce delle numerose inchieste che hanno svelato come funziona il sistema produttivo di Shein, risulta difficile credere alla posizione assunta dall’azienda di abbigliamento.

Il colosso dell’ultra fast-fashion è finito più volte nel mirino, insieme ad altri brand del settore, anche per il suo pesantissimo impatto ambientale. Il suo modello di business si traduce in circa 10mila nuovi prodotti al giorno, che in tantissimi casi finiscono poi in discarica invece di essere riciclati.

Basti pensare che ogni anno le discariche di tutto il mondo inceneriscono circa 12 milioni di capi d’abbligliamento, contribuendo in maniera significativa all’effetto serra e dunque a peggiorare il problema globale del cambiamento climatico.

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