Sul gas la Meloni sperimenta il sovranismo energetico

2 minuti di lettura

Pronti a parlare con l’Europa, ma pure a fare da soli se questa rifiuta il confronto. La Meloni non cerca lo scontro con Von der Leyen, ma fa capire che è pronta a decidere in autonomia sui migranti se Bruxelles non ripartisce le quote, e pure sul gas se non ci si decide a imporre delle quote e calmierare i prezzi. Vanno lette in questo senso, come un vero e proprio annuncio di sovranismo energetico, le decisioni dell’ultimo Consiglio dei ministri.

In verità le prime mosse in tal senso le aveva fatte quel sovranista travestito da europeista di Mario Draghi, che già si era preoccupato di potenziare quanto più possibile l’estrazione dei pozzi già in funzione per cederlo, a prezzi vantaggiosi, alle aziende maggiormente energivore e quindi più in difficoltà con l’aumento delle bollette. A beneficiarne fin da subito dovrebbero essere 150 imprese.

Un primo passo buono a tamponare l’emergenza, non certo a rinunciare in pianta stabile a quel gas russo che per i prossimi anni almeno difficilmente tornerà a scaldare le nostre case e far funzionare i nostri impianti. E se gli accordi con altri stati produttori possono dare una mano quando si parla di un fattore critico come l’energia non c’è dubbio che la cosa migliore è fare da sé. Di qui l’idea di aumentare il numero di trivelle nell’Adriatico, a costo di scontentare gli ambientalisti. I quali dovranno però ammettere che l’esecutivo si sta muovendo in maniera ragionevole anche rispetto alle loro preoccupazioni, perché si è deciso di escludere dalle zone di potenziali trivellazioni l’area che circonda Venezia, sottoposta a vincoli pesantissimi. Questo nonostante dagli ultimi rilievi risulti che proprio in quella zona si celi la maggiore riserva di gas del nostro Paese, intorno ai 40 miliardi metri cubi.

A dire la verità l’aumento della produzione servirebbe semplicemente a tornare sui livelli di produzione degli anni scorsi. Vent’anni fa l’Italia produceva ben 17 miliardi di metri cubi di gas all’anno, quota crollata a poco più di 3 miliardi nel 2021 nonostante nello stesso periodo i consumi siano aumentati del 30%. La motivazione di questa strategia, rivelatasi poi suicida, è la solita: perché produrre in casa quello che possiamo comprare all’estero a poco prezzo? Ora la Meloni sta cercando di rimediare, ma il percorso non è facile.

Il Piano per le estrazioni prevede per ora il raddoppio della quantità di gas in tre anni, con la speranza di fare di meglio e tornare il prima possibile ai livelli raggiunti nel 2000. Lo scavo di nuovi pozzi servirebbe anche a contenere l’avanzata della dirimpettaia Croazia, che in questi anni si è approfittata della ritirata italiana. Lo scorso giugno la compagnia locale Ina aveva annunciato l’intenzione di investire oltre 250 milioni di euro in trivellazioni, concentrate proprio nell’area alto adriatica dove l’Italia ha deciso di rinunciare alle attività estrattive. Si potrebbe inoltre riattivare le 50 piattaforme, dislocate tra la Romagna e le Marche, che sono state abbandonate negli anni scorsi e che se riattivate potrebbero offrirci altri 3 miliardi di metri cubi di gas all’anno.

Insomma, un lavoraccio. Ma la dimostrazione che la sovranità, in alcuni casi, è tutt’altro che un’utopia.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

Sbarcati a Catania 155 migranti da “Humanity 1”, 24 ancora a bordo

Articolo successivo

Sorsi di benessere – Una vellutata detox depurante e remineralizzante

0  0,00