Gli ambientalisti contro il quadro di Klimt (VIDEO)

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Gli ambientalisti sono tornati all’attacco, ma questa volta è stato preso di mira il dipinto “Morte e Vita”, di Gustav Klimt. Il famoso quadro, esposto al Leopold Museum di Vienna, è stato imbrattato con del liquido nero e oleoso dagli appartenenti del gruppo Last Generation.

Nuovamente, l’azione è stata compiuta per protestare contro le nuove trivellazioni di petrolio e gas, definite come “una condanna a morte per l’umanità”.

Ecco il video che sta facendo il giro del web:

 

Successivamente i giovani si sono incollati al quadro e hanno affermato: «La bellezza della vita da un lato, l’attesa della morte dall’altro. È così che Gustav Klimt dipinse “Morte e vita” oltre 100 anni fa. Oggi stiamo scivolando in una catastrofe di proporzioni inimmaginabili perché ci rifiutiamo di riconoscere la minaccia mortale». Il gruppo poi ha chiarito e giustificato l’azione, dato che la vernice utilizzata non sarebbe tossica, bensì facilmente rimovibile.

Dunque, non ha fine la dannosa “saga” di ribellione che gli ambientalisti di tutto il mondo hanno attuato tramite le opere d’arte per sensibilizzare il pubblico sul riscaldamento globale.

Infatti, da mesi le proteste hanno preso di mira l’arte e i suoi capolavori più iconici, i quali sono stati utilizzati come una cassa di risonanza per gesti dimostrativi contro le politiche non in linea con la sostenibilità e con il rispetto dell’ambiente.

Di conseguenza le stesse azioni si sono intensificate e diffuse velocemente in tutto il mondo, anche se lo schema è rimasto uguale: dopo aver imbrattato il quadro, gli attivisti sono soliti incollare le proprie mani all’opera e esclamare frasi sull’apocalisse climatica in arrivo. Tuttavia, finora, non sono stati recati danni al patrimonio artistico, poiché gli attivisti si sono focalizzati su quadri schermati da un vetro protettivo.

Inoltre, a fronte delle numerose dimostrazioni e vandalismi, sono moltissimi i musei internazionali che hanno dichiarato di essere «profondamente scioccati dalla sconsiderata messa in pericolo» di queste opere insostituibili.

Perciò, per sottolineare la potenziale pericolosità di queste azioni, i direttori dei musei di tutto il mondo hanno espresso il proprio sconcerto in una nota condivisa e pubblicata in più lingue: «Nelle ultime settimane ci sono stati diversi attacchi alle opere d’arte nei musei internazionali. Gli attivisti responsabili sottovalutano la fragilità di queste opere insostituibili del patrimonio culturale mondiale, che devono essere preservate. In quanto direttori di musei e responsabili delle opere, la pericolosità di questa situazione ci ha scosso profondamente […] I musei sono luoghi in cui persone con background diversi possono entrare in dialogo e quindi attivare il dibattito nella società. In questo senso, i compiti centrali del museo come istituzione (raccogliere, ricercare, condividere e preservare) sono oggi più che mai rilevanti. Continuiamo a occuparci fin da subito dell’accesso ai beni culturali e manterremo il museo uno spazio libero di comunicazione sociale».

Naturalmente le proteste degli ambientalisti hanno scatenato uno tsunami di polemiche, il quale si è diviso tra chi ha denunciato apertamente la gravità dei fatti e sostiene che le opere siano un bene collettivo da difendere, termine usato dal neoministro Sangiuliano dopo la vicenda avvenuta a Palazzo Bonaparte di Roma, e chi, invece, ha posto l’attenzione sull’urgenza dei temi trattati dagli attivisti nell’ambito di questi gesti estremi ma efficaci poiché ormai tutto il mondo ne è venuto a conoscenza e ne ha parlato.

Ma per contrastare il problema del cambiamento climatico, un tema estremamente delicato e altrettanto importante, le parole bastano o è necessario agire?

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