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Triplice delitto, il killer doveva stare in carcere…

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Triplice delitto di Roma, neanche Giancarlo De Cataldo, l’autore di “Romanzo criminale”, avrebbe saputo immaginare una trama più turpe, buia, granguignolesca.

Innanzi tutto in questa storia c’è il sangue, «tanto sangue», come ha detto lo stesso indiziato nel primo interrogatorio dopo l’arresto. Poi c’è la città a luci rosse, il giro delle escort e delle prostitute di alto bordo nella Roma bene, vicino a piazzale Clodio, dove ha sede il Palazzo di Giustizia. E poi ancora c’è la Suburra criminale, l’antimondo ramificato e purulento dei boss, degli scagnozzi, dei trafficanti di droga che si spartiscono gli utili da capogiro offerti dall’ampia gamma dei vizi capitolini. E già, perché Giandavide De Pau, il grande sospettato del triplice delitto, era stato “autista” (in sostanza guardaspalle) del padrino Michele Senese, detto o’Pazzo (per via delle perizie psichiatriche cui è stato sottoposto). Senese è nato ad Afragola ma s’è spostato a Roma, dove è arrivato ai vertici del potere malavitoso.

E di quel periodo, che è finito quando “zio Michele” è caduto in disgrazia, il presunto killer (presunto fino alla condanna definitiva) si vantava con gli amici, rimpiangendo  i soldi e gli spiccioli di potere che gli derivavano dalla  vicinanza con il boss.

Ma non finisce qua. Perché la realtà offre sempre un surplus di assurdità rispetto alla trama più romanzesca. Tale surplus è costituito in questo caso dagli esiti tragicamente grotteschi cui conduce talvolta l’amministrazione della giustizia in Italia. E sì, perché il De Pau doveva stare in carcere, invece di andarsene in giro per Roma a uccidere povere donne (e pare che nel farlo si sia anche sadicamente accanito). L’indiziato era stato infatti arrestato nel dicembre di due anni fa per spaccio, estorsione e riciclaggio, ma dopo circa un mese era stato scarcerato sulla base di una perizia psichiatrica. “Disturbo antisociale della personalità”: questa la diagnosi. Ciò vuol dire che De Pau è un soggetto poco adatto alla vita sociale. Infatti era finito in carcere…

Secondo Massimo Picozzi, psichiatra e criminologo, la “malattia” diagnosticata  all’indiziato è poca cosa. «È un disturbo non grave, tipico di chi è stato in galera», ha detto lo studioso in una intervista a “la Repubblica”. Invece per lo studioso quell’uomo è un «sadico», che ha scelto di uccidere quelle donne perché «vulnerabili». E c’è di più: è probabile che nei giorni precedenti al triplice delitto, l’indiziato abbia  «colpito altre donne, senza necessariamente averle uccise».

Un soggetto simile circolava liberamente, avendo come unico obbligo quello di frequentare i Servizi per le Tossicodipendenze dell’Asl Roma1 (Sert). A questo punto  il nuovo Romanzo Criminale può dirsi completo.

C’è però un ultimo particolare che in questa storia può essere definito in qualche modo positivo: è il fatto che a denunciare e a far arrestare De Pau sia stata la sua stessa sorella, Francesca, che si è rifiutata di coprire il fratello e ha chiamato i carabinieri non appena questi si è presentato a casa sua. È un caso di familismo “morale”, potremmo dire parafrasando l’antropologo Edward Banfield. La smentita di un pesante stereotipo italiano. Un sprazzo di luce in mezzo alle tenebre di una vicenda sordida. E assurda.

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