Mondiali sequestrati dal fanatismo

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I Mondiali del Qatar stanno vivendo momenti di straordinaria follia. Accade quando, prima del calcio d’inizio, blasonate Nazionali europee assumono pose grottesche in segno di  solidarietà con le battaglie per i “diritti” di varie categorie “discriminate”, dai neri ai gay.

È successo ieri, quando i calciatori della Germania si sono coperti la bocca per protesta contro la Fifa che ha proibito loro di esporre la fascia arcobaleno “One Love”, fascia simbolo delle campagne Lgbt. Una cosa simile era accaduta anche il giorno prima: protagonisti in questo caso i giocatori della Nazionale inglese, che si sono tutti inginocchiati in omaggio a “Black Lives Matter” , associazione “antirazzista” che imperversa nel mondo anglosassone e che si rende protagonista, da anni, di incredibili manifestazioni di intolleranza nelle università e nel mondo dei media.

Sia chiaro che da questo discorso sono esclusi i calciatori iraniani, i quali non hanno cantato l’inno nazionale in segno di lutto per le vittime della repressione del governo di Teheran contro il movimento di protesta del loro Paese. Circostanza che fa riflettere: gli iraniani hanno fatto il gesto di non cantare proprio nella partita con l’Inghilterra. Per quel gesto, loro rischiano il carcere. Mentre gli inglesi, nell’esprimere solidarietà “antirazzista”, non rischiano alcunché. Possono solo farsi belli con i capi del mainstream politicamente corretto.

Ed è proprio questo a dare maggiormente fastidio in certe esibizioni dei calciatori. Danno fastidio l’ipocrisia, l’esibizione farlocca di buoni sentimenti, il conformismo travestito da originalità.

Non si tratta di rivendicare la “purezza” del Calcio. Non possiamo certo pretendere che nei grandi spettacoli di massa siano esclusi i messaggi “impropri”. Se ci sono i messaggi degli sponsor, ci possono ben stare anche i messaggi politici.

No, incompatibile con lo sport, non è la politica, ma il fanatismo, tanto più se ipocrita e di mera facciata, come in questi casi.

I calciatori tedeschi che hanno fatto, tutti insieme, il gesto di coprirsi la bocca, non sono in fondo tanto diversi dai loro bisnonni o trisavoli degli anni Trenta, quando i giocatori erano costretti a posare nelle foto facendo il saluto nazista. In entrambi casi c’è un’uniformità imposta dall’esterno, da un potere che obbliga al conformismo. Un secolo fa, i calciatori germanici compiacevano, con il loro saluto, i gerarchi di Hitler. Oggi hanno fatto il loro gesto sotto lo sguardo benedicente della ministra degli Interni, Nancy Faeser, accorsa allo stadio con la fascia “One love” al braccio.

Vale la pena aggiungere che le associazioni che cercano di imporre i loro canoni alla comunicazione mediatica sono autentici campioni di integralismo e di intolleranza. Non si battono per l’uguaglianza degli esseri umani, ma per una prevaricazione di segno contrario. In particolare, l’ideologia di “Black Lives Matter” si basa sul concetto di “capitale anagrafico”, secondo cui il razzismo non è tanto una colpa individuale quanto “sistemica” e, come tale, va combattuta. Ne discende che, se un individuo è nero o gay o entrambe le cose vanta una sorta di diritto al “risarcimento” che non compete agli individui bianchi o eterosessuali. Le discriminazioni dei primi nei confronti dei secondi sarebbero quindi pienamente legittimate. Così scrive Ibram Kendi, professore alla Boston University e uno dei teorici del movimento: «Se la discriminazione crea equità, allora è antirazzista (…). L’unico rimedio alla discriminazione passata è la discriminazione presente. L’unico rimedio alla discriminazione presente è la discriminazione futura».

Ecco di quali messaggi si fanno inconsapevoli portatori i calciatori che si esibiscono in pose politicamente corrette.

Una divertente notazione finale: la Nazionale tedesca ha perso con il Giappone nella sua partita inaugurale. Contenti per la loro esibizione in mondovisione, i calciatori germanici si sono probabilmente sentiti appagati. E, sul campo, le hanno buscate di santa ragione.

 

 

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