Ischia, la cultura del condono è all’origine dei nostri guai

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Quando si discute, soprattutto dopo una tragedia, di abusivismo edilizio il danno ormai è già stato fatto. La situazione italiana è molto complessa se teniamo presente che ogni cento abitazioni quattro sono abusive in Trentino-Alto Adige e ben sessantotto in Campania.

È innanzitutto un problema che rientra nella cultura di un popolo e il condono è solo l’esito finale di mancanza di controlli, di una dilagante corruzione e della Patria dei furbi che non costruiscono casa solo per necessità, ma anche per averne una seconda magari sotto una valle, sotto un vulcano o con vista mozzafiato sul mare.

I condoni di Craxi e Berlusconi sono stati la resa dello Stato sull’illegalità e sulla prevenzione e la solita logica di mettere la polvere sotto al tappeto, o dell’abolizione del reato quando un determinato crimine dilaga e non si riesce a contrastarlo. Oggi contiamo le tragedie che si acuiscono con gli effetti dei cambiamenti climatici naturali o per l’opera dell’uomo, dipende dai punti di vista; gli effetti si sentono sulla pelle delle donne e degli uomini coscienti o incoscienti del pericolo, ma anche sulle coscienze di chi era nella condizione di fare e non ha fatto, di chi doveva agire e non ha agito.

Se solo dovessimo analizzare i minori introiti dello Stato a causa dell’abusivismo, sarebbero decine e decine di miliardi, e altrettanti ne servirebbero per mettere in sicurezza intere zone abusive abitate incautamente o per intervenire sugli effetti catastrofici.
Una serie di effetti e concause che potevano essere in parte evitate solo se la politica avesse fatto il suo dovere invece di alimentare, ad esempio, il voto di scambio.

I nostri borghi antichi, nonostante i terremoti, resistono laddove i metodi costruttivi sono originali e le strutture si alleggeriscono in sommità con i sottotetti fatti di cannuccia e una leggera malta. Resistono molto meno se innalziamo piani, mansarde in cemento armato che appesantiscono le strutture e, inevitabilmente implodono sotto il loro stesso peso come, ad esempio, nel terremoto di Amatrice il 24 agosto 2016 che costò la vita a 299 persone.
Oppure le alluvioni e colate di fango come a Sarno nel 1998 dove morirono 168 persone e dove la causa da ricercare è nel disboscamento.

Equilibri, a volte sottili, che vengono meno a causa dell’uomo. Spesso piccoli interventi apparentemente insignificanti che vanno a destabilizzare assesti idrogeologici in equilibrio.
Chi ha costruito una casa abusiva magari sanata, non solo all’epoca non ha pagato gli oneri di costruzione ma, laddove gli insediamenti sono numerosi, è chiamato lo Stato ad investire per mettere in sicurezza intere aree.
Oggi non possiamo che investire sulla sicurezza di molte zone dissestate e abitate. Sarà un lavoro enorme e un impegno economico imponente. È impensabile distruggere tutte le case abusive a meno che non siano in zone geologicamente definite rosse o nei parchi; pertanto, bisognerebbe accantonare opere non urgenti come il Ponte sullo stretto di Messina che dovrebbe semmai essere costruito dopo aver risolto il problema annoso della viabilità siciliana e dopo aver messo in sicurezza, oltreché la stessa città di Messina, le parti più fragili del nostro territorio.

Investiamo risorse sulla sicurezza del nostro patrimonio urbanistico attraverso ciò che Renzo Piano definisce come “rammendi idrogeologici e boschivi” della nostra Italia. È troppo tardi per tornare indietro e, quindi, dobbiamo solo guardare avanti senza ascoltare o ripercorrere gli errori dei cattivi maestri.

Amedeo Giustini

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