Calenda, la strategia della stampella

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Stampella sarà lei! Antonio Calenda non ci sta a essere bollato come aspirante sostegno centrista al governo Meloni, anche dopo l’incontro con la premier avvenuto ieri a  Palazzo Chigi.

La sua – ripete da tempo – è una strategia ben più sofisticata, che punta a trasformare il terzo polo in soggetto politico decisivo della politica italiana. Non per niente il suo sodale e compare è quel furbone di Matteo Renzi, specializzato nel far cadere governi. Compreso il suo.

Sta però di fatto che, almeno nell’immediato, l’incontro tra il leader di Azione e lady Giorgia serva proprio alla premier per rafforzare la sua posizione in vista dei prossimi, delicati passaggi per l’approvazione della legge di bilancio. Lo spettro per la Meloni si chiama infatti esercizio provvisorio, eventualità che comprometterebbe non poco la sua credibilità, in Italia come in Europa. E allora ben venga la promessa di opposizione “responsabile” da parte di Calenda, il quale annuncia di non fare «ostruzionismo per mandare il paese in esercizio provvisorio».

In teoria non ci sarebbe bisogno dell’aiuto di Azione/Iv, dal momento che il governo avrebbe i numeri sufficienti per procedere spedito, pur nel poco tempo a disposizione.  Il problema è che da giorni arrivano all’inquilina di Palazzo Chigi segnali non proprio rassicuranti dal fronte dei suoi alleati. Secondo i soliti malpensanti, ci sarebbe il pericolo di un “ostruzionismo amico”, con l’obiettivo di premere sulla Meloni affinché sia Silvio Berlusconi sia Matteo Salvini possano piazzare le loro bandierine sulla manovra.

Al leader di Forza Italia interesserebbe in particolare l’innalzamento delle pensioni minime a 600 euro fin dal 2023, per poi procedere a un aumento annuo di 100 euro, fino a raggiungere quota 1000 a fine legislatura, come da vecchia (e più volte ribadita) promessa del Cavaliere.

Numerose sono invece le bandierine di Salvini: dall’allargamento della flat tax per le partite Iva oltre gli 85.000 euro (bandierina già piazzata) alla rottamazione delle cartelle esattoriali sopra i 1.000 euro, dalla rateizzazione delle cartelle esattoriali fino a 7 anni al ripristino dello sconto sulla benzina. Tante piccole misure che però, sommate tutte insieme, peserebbero non poco sui conti finali della manovra.

E per la Meloni sarebbero guai sul fronte del contenimento del deficit, con i conseguenti, non lievi problemi nei rapporti con Bruxelles. Di qui una sorta di linea del Piave che si condensa nella formula di accettare modifiche a “saldi di bilancio invariati”. Il tutto, naturalmente, nel più breve tempo possibile.

Fin qui la convenienza della premier. Ma quale è, a loro volta, la convenienza di Calenda e Renzi? Per capirlo occorre proiettarsi ben al di là delle scadenze di bilancio e guardare a una prospettiva che parta dal prossimo, tormentatissimo congresso Pd, che comprenda anche  le elezioni in Lombardia e Lazio e che si estenda fino al 2024, anno in cui si terranno le prossime consultazioni europee e tutti tireranno le somme di questa prima fase della legislatura.

Per quell’anno tutti, chi più chi meno, si attendono una svolta politica, o nel senso del definitivo consolidamento del governo Meloni oppure, all’opposto, nel senso del suo logoramento e della sua caduta.

Quello che, in questa prima fase, non conviene a Calenda e a Renzi è di rendere organica la collaborazione con il governo, fino al punto di entrare già il prossimo anno in maggioranza, come perfidamente ipotizza “la Repubblica”. In tal modo, Azione/Iv si pregiudicherebbero la possibilità di attrarre quei settori del Pd che guardano con preoccupazione alla scivolamento dei dem nelle braccia del M5S.

Converrebbe invece a Calenda e Renzi continuare a proporsi come opposizione “responsabile”, in modo da ricevere consensi sia da sinistra (i piddini delusi) sia da destra (settori  eventualmente smarriti di Forza Italia). Solo dopo le europee si potrà eventualmente parlare di ingressi in maggioranza.

Vale la pena sottolineare che sia FI, da una parte, sia il Pd, dall’altra, hanno già iniziato il fuoco di sbarramento. Se i primi parlano di «irrilevanza» del terzo polo, i secondi accusano Azione/Iv di proporsi, appunto, come la «stampella» della Meloni.

Va da sé che il successo della strategia dell’accoppiata Calenda-Renzi dipende da diverse variabili, innanzi tutto quella che il Pd non superi la sua fase di stordimento e non si affidi a un leader capace di arrestare la deriva grillina nonché di imporsi alle camarille interne.

Viceversa, le aspirazioni di Azione/Iv ne risulterebbero fortemente ridimensionate. Con il risultato che il terzo polo si trasformerebbe in terzo “pollo” della politica, che stimolerebbe l’appetito della destra e della sinistra.  Con Calenda che finirebbe allo spiedo.

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