Riforma Nordio, ecco perché la giustizia è oggi strategica

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La riforma della giustizia diventerà presto uno dei principali terreni di scontro tra maggioranza e opposizione, un braccio di ferro da cui potrebbero dipendere addirittura le sorti della legislatura.

La recente audizione del ministro Carlo Nordio in Senato è stata una vera e propria dichiarazione di guerra rivolta contro l’ampio e agguerrito fronte giustizialista di casa nostra, uno schieramento che comprende tutto il M5S e vasti settori del Pd, accanto ovviamente agli ambienti più politicizzati della magistratura (l’Anm ha già cominciato il fuoco di sbarramento) e ai giacobini della carta stampata che tuonano dalle colonne del “Fatto quotidiano” e de “la Repubblica”. Il giornale diretto da Maurizio Molinari ha già impostato la campagna anti-Nordio battendo sul tasto dell’attacco personale: il ministro  (che come è noto è un ex magistrato) sarebbe mosso da invincibile  senso di rivalsa nei confronti dei suoi ex-colleghi. In una intervista all’ex guardasigilli Giovanni Maria Flick è stato scomodato persino Sigmund Freud. In alcuni passaggi dell’intervento a Palazzo Madama – afferma Flick- il ministro parla così male dei magistrati italiani da «ingenerare il sospetto di un inconscio freudiano e di una latente rivalsa». Insomma, stanno già rullando i tamburi di guerra e presto ne vedremo delle belle.

Certo che Nordio ha violato tutti i tabù su cui vigila da sempre il “partito delle Procure”. Ha affermato che è venuto il momento di dire basta all’obbligatorietà dell’azione penale, poiché di fatto questo principio offrirebbe ampi spazi di arbitrio ai pm. Ha anche ribadito la necessità di separare le carriere tra magistratura inquirente (i pm) e magistratura giudicante (i giudici). Dirompente è inoltre l’idea di sottrare al Csm l’indagine sui giudici che sbagliano e di istituire per tale scopo un’Alta corte disciplinare. Con l’annuncio di rivedere le regole delle intercettazioni, il ministro è andato infine a toccare un nervo sensibilissimo. E che tante polemiche continua a suscitare: la divulgazione ad arte di brani di discorsi intercettati si è spesso rivelata una potentissima arma in mano a magistrati e stampa fiancheggiatrice (l’apparato giudiziario-giornalistico) per colpire bersagli politici.

Sono tutti i temi sui quali si svolge da più di vent’anni la guerra, in alcuni momenti sotterranea e in altri alla luce del sole, tra politica e magistratura. Basterà ricordare il celebre “resistere, resistere, resistere” lanciato dall’allora capo della Procura di Milano, Francesco Saverio Borrelli, agli inizi del secondo governo guidato da Silvio Berlusconi. Ogni iniziativa di riforma si è infranta, per tutto questo tempo, contro la solida muraglia giustizialista.

Ma oggi è diverso. Oggi ci sono le condizioni affinché il cambiamento della macchina giudiziaria possa effettivamente andare in porto. I motivi sono diversi.

Innanzi tutto c’è una maggioranza parlamentare che sul tema giustizia non sembra avere tentennamenti e che pare decisa a chiudere la partita una volta per tutte, come risulta anche dal corale apprezzamento alle parole di Nordio che è venuto da tutti i partiti di governo. In secondo luogo c’è un sensibile cambiamento di umore dell’opinione pubblica, soprattutto dopo le dirompenti rivelazioni di Luca Palamara su cordate e consorterie all’interno del Csm. Una spinta alla riforma della giustizia penale viene inoltre anche dalla necessità di cambiare i meccanismi di quella civile, una riforma che figura tra gli obiettivi del Pnrr.

Ma il motivo principale deriva dal fatto che Carlo Nordio non è un ministro voluto da Berlusconi bensì dalla stessa premier Giorgia Meloni. L’accusa di un diretto e personale interesse del Cav si è rivelato finora uno degli argomenti vincenti contro ogni tentativo di riforma. Ma oggi è un’accusa che non può più essere lanciata.

Resta da capire perché alla riforma della giustizia tenga così tanto la Meloni, leader di una destra che è stata in passato accusata di simpatie giustizialiste, una propensione che sicuramente questa destra conobbe al tempo di Mani Pulite, quando però l’attuale premier era ancora adolescente.

Il fatto è che la riforma dello Stato, di cui quella della giustizia è aspetto non  secondario, rappresenta un obiettivo primario per la Meloni, che su questo punto si gioca la possibilità di far entrare il suo governo nella storia politica italiana. Un obiettivo che non può essere raggiunto in altri settori, come ad esempio quello economico, dove non si intravedono, almeno nei prossimi anni, grandi possibilità di manovra per il governo.

Presidenzialismo e nuova giustizia dovranno necessariamente andare di pari passo nel quadro di un più generale progetto di cambiamento istituzionale, non fosse altro perché obbligatorietà dell’azione penale e separazione delle carriere richiedono una riforma costituzionale.

Vedremo presto, in concreto, come si articolerà l’iniziativa riformatrice del governo. La premier potrebbe anche non spuntarla sul presidenzialismo, ma la modifica delle strutture giudiziarie potrebbe egualmente essere condotta in porto.

Sia la Meloni sia Nordio sembrano peraltro decisi ad andare fino in fondo. E sarebbe una clamorosa astuzia della Ragione (hegelianamente parlando) se a portare a termine una grande riforma liberale fosse una leader che non proviene dalla cultura storica del liberalismo ma dalla tradizione della destra nazionale

 

 

 

 

 

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