Sulle pensioni la maggioranza va quasi all’opposizione

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Con un’opposizione, più che allo sbando, inesistente, al governo Meloni non resta che affidarsi agli altri partiti della coalizione per avere un po’ di contraddittorio serio in vista della discussione parlamentare sulla manovra.

Entro le 15 di domenica bisognerà segnalare i 200 emendamenti che la maggioranza può presentare, e gli sherpa dei quattro partiti che la compongono (a chi non tornassero i conti ricordiamo che ci sono anche i parlamentari di Noi moderati…) sono al lavoro per trovare un accordo di massima.

I più difficili da accontentare sono ovviamente quelli di Forza Italia, infuriati con la premier per la creazione di una cabina di regia sulla manovra che di fatto depotenzia il ruolo della commissione Bilancio, presieduta guarda caso dal berlusconiano Giuseppe Mangialavori. Gli azzurri vorrebbero trovare spazio, ovvero soldi, per una delle promesse elettorali del loro leader Silvio Berlusconi, ovvero il rialzo delle pensioni minime a 600 euro mensili. È vero, il Cavaliere ne aveva promessi 1000, ma sarebbe comunque un discreto miglioramento rispetto ai poco più di 550 odierni. A sentire Giorgio Mulè, doveva essere cosa fatta; “Arriveremo a 600 euro al mese come chiede Berlusconi”, aveva assicurato.

Invece il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ha già risposto picche; bella idea, ma purtroppo per ora gli 800 milioni necessari non ci sono – o meglio, sono stati destinati ad altre misure, come la flat tax – e quindi se ne riparlerà in futuro. Il riferimento temporale però è piuttosto vago; Durigon non si è impegnato a tornare sul tema il prossimo anno, ma da qualche parte lungo la legislatura appena iniziata. Lui preferirebbe inserire la norma in un pacchetto unico da discutere con le parti sociali, per una riforma complessiva delle pensioni che potrebbe arrivare nel 2024. Anche perché il governo non si è ancora riuscito a disfare della legge Fornero, i cui effetti vengono rimandati di anno in anno con proroghe che prima o poi dovranno avere termine.

Vista l’entità dell’impresa la Meloni vorrebbe cominciare a discutere con i sindacati già il prossimo gennaio. Auspici molto ottimistici, dato che per ora Cgil e Uil si preparano a uno sciopero generale prenatalizio per protestare, tra le altre cose, contro il taglio di 3,5 miliardi alla spesa pensionistica, come denunciato oggi da Landini in un’intervista concessa al Corriere della Sera. Proprio su questo punto il governo però starebbe riflettendo; al momento la rivalutazione piena all’indice inflazionistico è stata assicurata solo per gli assegni pari a quattro volte il minimo, in pratica fino ai 1700 euro. Si va quindi a colpire quindi anche gente che prende cifre non certo faraoniche, e magari con quei soldi ha pure figli e nipoti cui dare una mano.

È però vero che soluzioni facili non ce ne sono; come certificato dall’Istat infatti nel 2021 le pensioni hanno causato un esborso di 313 miliardi in crescita dell’1,7% rispetto al 2020. Parliamo di cifre enormi, pari al 17,6% del Pil. L’aumento della spesa pensionistica, in un paese dove l’età media è altissima e ci si ritira dal lavoro molto prima della media europea, è un problema che ci trasciniamo da decenni e del quale non si può certo incolpare un governo entrato in carica da neanche due mesi. Di sicuro per affrontarli la Meloni avrà bisogno di tutta la maggioranza, anche di quei pezzi che quasi si sentono all’opposizione.

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