“Pensavo fosse amore… invece era un calesse”: ricordate il film del grande Massimo Troisi? Questo malinconico e surreale titolo s’adatta bene a descrivere le vicissitudini della coppia al centro del Qatergate: Eva Kaili e Francesco Giorgi.
La vicepresidente del Parlamento europeo fa sapere, attraverso i suoi legali, di essere stata raggirata dal suo compagno a proposito dei 750.000 euro sequestrati nel loro nido d’amore. Dell’ingente malloppo come frutto della corruzione qatariota lei non sapeva alcunché. «Si fidava e lui l’ha tradita», sentenzia, tetro, l’avvocato Dimitrakopoulos. Una fatica solo pronunciarne il nome…
Sono parole crudeli e pesanti, epitaffio di un amore finito. Che delusione. C’eravamo fatti un altro film, su questa coppia da fiction. Non pensavamo a Troisi, ma, per esempio, a James Cameron, il regista di “Titanic”. L’amore che vince su tutto, su tutte le avversità. Lei, Eva, bellissima, l’immagine di Afrodite. Sontuosa e fatale. Lui, Francesco, aitante e sportivo, con le immagini da velista che sanno tanto di Aperol Spritz e rivista patinata. La storia d’amore tra Eva e Francesco pareva l’unico riflesso glamour in una vicenda altrimenti misera, triste, meschina. Sembravano Eva Kant e Diabolik. Invece…
Invece ci siamo ritrovati Tina Pica e Peppino De Filippo. Non una fiction di intrigo e passione, ma una commedia all’italiana di gruzzoli e avvocaticchi. Poi si può certo pensare che, quella di Eva Kaili, sia in fondo l’unica linea difensiva possibile, della serie “m’hanno regalato una casa a mia insaputa”. Ma la tristezza rimane. Perché la miseria umana rivelata da Qatergate è totale e irredimibile. Una miseria fatta di nobili princìpi umanitari che fanno da paravento a loschi affari, di decine migliaia di euro stipati in un trolley, di stracci che volano tra ex complici, di 007 mobilitati per una squallida storia di tangenti.
Rattrista soprattutto il pensiero che corruttori e corrotti non siano più quelli di una volta. Non grandi furfanti ma omminicchi e quaquaraquà, per dirla con Leonardo Sciascia. Si tenta di corrompere una istituzione internazionale perché copra con una buona parola le malefatte di due Stati: il Qatar (per l’ignobile sfruttamento del lavoro) e il Marocco (per l’occupazione del Sahara occidentale). E i corrotti, da parte loro, intaccano il prestigio di un Parlamento sovranazionale e immaginano un diabolico sistema di smistamento delle mazzette (attraverso le ong) per semplice ingordigia, non accontentandosi delle ricche indennità parlamentari e di vari privilegi nonché benefit offerti loro dall’Assemblea di Strasburgo.
Guardando più da vicino Francesco Giorgi si scoprono del resto realtà ben più prosaiche e caserecce di quanto non dicano le immagini da rotocalco. Per dirne una, non ha imparato ad andare in surf alle Hawaii ma ai Navigli di Milano, dove da qualche anno è installato un meccanismo che crea onde artificiali. E qualche suo amico lo ha descritto anche come un tipo che non regge bene le situazioni di stress. Alla fine è tutta una storia di ordinaria banalità.
Dalla tragedia alla farsa il passo può essere breve. Come breve può essere anche il percorso contrario. Così è sicuramente per il Pd, il partito da cui provengono i corrotti del Qatargate. Si sono affidati agli affaristi da carta patinata e ora si ritrovano nei guai, con un durissimo colpo all’immagine.
Viene in mente, anche in questo caso, Massimo Troisi. In particolare il film che lo rivelò. Ricomincio da tre… per cento. È il consenso che si potrebbe ritrovare a gestire il successore di Letta.



