La guerra in Ucraina sta facendo bene al dollaro. Dall’inizio delle ostilità a oggi, il biglietto verde si trova in un durevole trend ascendente. E ciò a differenza dell’euro, che si è invece indebolito sui mercati.
Non è solo economia, ma politica. La forza della moneta è parte integrante della potenza americana. Il dollaro è il cuore dell’”impero”: la geostrategia delle armi si spiega anche attraverso la geopolitica della moneta.
Poco prima dell’attacco russo all’Ucraina, la parità rispetto alla nostra moneta era 1,156 dollari per 1 euro. Nel corso del 2022, la moneta americana è arrivata a recuperare anche oltre quindici punti sulla valuta europea, fino al picco raggiunto alla fine di agosto, quando la parità ha cambiato il segno per qualche tempo: il dollaro, in quei giorni, aveva raggiunto e superato l’euro. Una cosa simile non accadeva da vent’anni, cioè dai primi mesi di vita della moneta Ue. Poi l’euro è leggermente risalito. Alla fine, nella seconda metà di dicembre, il dollaro era intorno a 1, 060. Una soglia comunque lontana dai livelli di un anno fa.
Nel frattempo, il super dollaro ha creato non poche difficoltà all’economia globale, visto che più della metà delle transazioni commerciali internazionali avvengono attraverso la moneta americana. A risentirne sono soprattutto i Paesi che hanno il loro debito pubblico denominato in dollari. Per le economie deboli è una vera sciagura. Come nel caso dello Sri Lanka, che è andato in default nell’aprile scorso. E il biglietto verde in ascesa non ha mancato di lasciare strascichi anche in Europa, vista la decisone di Christine Lagarde di alzare i tassi Bce, tutt’altro che un toccasana per un’economia a rischio recessione.
Naturalmente, non è solo la guerra a causare l’apprezzamento del dollaro. Molto dipende dalla Federal Reserve, che persegue una politica di alti tassi fin dal 2021. In tale ambito, il conflitto in Ucraina è stato un po’ come il classico cacio sui classici maccheroni.
Ma che relazione c’è, al dunque, tra guerra e apprezzamento del dollaro? Una relazione molto semplice, che resiste da decenni: nei momenti di crisi internazionale, i capitali finanziari tendono a dirigersi verso la moneta Usa perché considerata moneta rifugio. Nel caso dell’euro l’effetto è doppio, visto che proprio l’Europa è diventata area di crisi con il conflitto scoppiato ai suoi confini orientali nel febbraio scorso.
Gli Usa si propongono come i grandi garanti della pace mondiale, i gendarmi del mondo, ma in realtà sono i primi a trarre vantaggio da tensioni e conflitti vari. Non si spiegherebbe altrimenti perché, al netto dei profili più strettamente regionali e geopolitici, la politica estera americana sia stata diretta, negli ultimi venti-venticinque anni, a favorire la destabilizzazione, invece della stabilità, in molte aree del mondo. Dall’intervento Nato contro la Serbia al conflitto in Ucraina, passando per l’Iraq, l’Afghanistan e le “primavere arabe”, è tutta una sequela di guerre evitabilissime. La geostrategia americana è sempre stata indirettamente proporzionale alla stabilità internazionale quanto invece direttamente proporzionale all’apprezzamento della moneta.
E qui arriviamo alla successiva, cruciale domanda: perché la forza del dollaro è elemento strutturale della potenza americana, fino al punto da condizionarne la geostrategia? Per capirlo bisogna fare un brevissimo excursus storico e riandare all’agosto del 1971, quando l’allora presidente Usa, Richard Nixon decretò la fine del “gold standard”, cioè del legame tra dollaro e oro, un legame che era stato stabilito negli accordi di Bretton Woods del 1944. In base a quegli stessi accordi, il biglietto verde americano era diventato anche la moneta di riserva internazionale, vale a dire la moneta di riferimento degli scambi commerciali a livello mondiale.
Il motivo ufficiale di quel “divorzio” fu che il legame dollaro-oro era diventato insostenibile per gli Usa, gravati dagli alti costi della guerra in Vietnam e dall’ascesa delle economie europee: gli “euro-dollari” stavano depauperando le riserve auree degli Usa. In realtà, con il divorzio dollaro-oro, la potenza economica Usa si spostò dalle merci alla finanza, con il risultato che il dollaro divenne, nel giro di poco tempo, il padrone assoluto delle transazioni mondiali perché non ebbe più un limite e una misura nel metallo più prezioso.
Gli Usa –osserva il generale cinese Qiao Liang, (co-coautore, per chi non lo sapesse, del libro cult della polemologia del XXI secolo, “Guerra senza limiti”) – attuarono così una sorta di “colonizzazione finanziaria” dei Paesi in via di sviluppo e della stessa Europa, che invece continuavano a basare il loro modello economico sull’industria manifatturiera. Questa colonizzazione consisteva nel «portare il mondo nel sistema finanziario statunitense e lasciare che la ricchezza materiale si riversasse nelle loro botti come l’acqua corrente». In pratica, gli «americani producono dollari e il resto del mondo produce merce che con i dollari verrà scambiata» (“L’arco dell’impero”, a cura del generale Fabio Mini, Libreria Editrice Goriziana, 2021).
E da ciò dipende anche l’apparente stranezza che gli Usa non si preoccupino minimamente di essere un Paese in deficit cronico da decenni: «Gli Stati Uniti –osserva ancora Qiao Liang – non hanno paura del deficit delle partite correnti, ma temono il deficit del conto capitale. E, per mantenere un’eccedenza del conto capitale, non esiteranno certo a usare i mezzi della guerra per danneggiare l’ambiente d’investimento di altri Paesi (…) per riportare dollari in America».
Vale la pena aggiungere che la politica di apprezzamento del dollaro non è costante nel tempo, ma procede per fasi cicliche. E il motivo, anche in questo caso, è semplice: l’impero del dollaro ha periodicamente bisogno che i suoi tributari tornino a produrre ricchezze e capitali, altrimenti entrerebbe prima o poi in crisi strutturale. È quindi probabile che, tra non molto, il super dollaro riduca la sua corsa e ridiventi semplicemente dollaro. In attesa di una nuova, grande “tosatura” dei popoli manifatturieri. E, naturalmente, di una nuova guerra che spaventi i gestori di capitali globali.



