Addio sinistra: la grande mutazione del pacifismo

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Il pacifismo non è più lo stesso. La guerra in Ucraina ne ha cambiato i connotati o, per meglio dire, ha reso evidente una mutazione che era già in atto da anni.

Tanto per cominciare, il nuovo fronte per la pace non è più ascrivibile alla sinistra, nel senso che non è più una variante del terzomondismo, dell’anticapitalismo, dell’antimperialismo. Sono formule ormai superate. L’odierno pacifismo, almeno per quello che si è visto in campo nel corso dell’anno che volge al termine,  è essenzialmente multipolarista, realista, trasversale agli schieramenti politici. Tant’è vero che la contrarietà all’invio di armi all’Ucraina ha visto in azione personalità tra loro diversissime: da Giuseppe Conte a Matteo Salvini, da Nicola Fratoianni a Gianni Alemanno. Allo stesso modo, il fronte opposto, quello occidentalista e filo Nato, ha visto l’inedita alleanza tra la leader della destra, Giorgia Meloni, e il  leader della sinistra, Enrico Letta.

Ma è sul piano culturale che abbiamo assistito alle trasformazioni più rilevanti. Nuovi soggetti, nuove tipologie di intellettuali “pacifisti” sono venute alla ribalta. Uno fra tutti, il sociologo Alessandro Orsini, che ha mandato in tilt gli ortodossi dell’atlantismo, i quali gli hanno scatenato contro un campagna stampa violentissima, accusandolo a più riprese di essere un “putiniano” e una sorta di quinta colonna del Cremlino in Italia.

Lo studioso, che si dichiara pacifista, ha più volte indicato la via del negoziato come l’unica via possibile per risolvere la guerra in Ucraina e ha dimostrato, dati alla mano, gli esiti potenzialmente disastrosi dell’opzione militare come unica soluzione possibile del conflitto. La particolarità di Orsini è che non è un utopista sul modello dei vecchi pacifisti alla Bertrand Russel,  Lorenzo Milani, Aldo Capitini, Danilo Dolci, ma un solido realista, che ragiona, non in base a ideali astratti, ma in base a concrete linee geopolitiche. Ecco un esempio del suo modo di ragionare riguardo alla guerra in Ucraina: «Agli stati satelliti come l’Italia è concessa una autonomia relativa in campo economico e in campo culturale ma non è concessa alcuna autonomia nel campo della sicurezza internazionale perché in Italia ci sono 13 mila soldati americani 120 basi della Nato, circa 20 basi della Nato segrete».

Il dato culturalmente più significativo è però il manifesto per la pace in Ucraina firmato da 11 intellettuali con storie, culture, formazioni tra loro assai eterogenee, se non addirittura opposte, ma tutti riuniti nell’esprimere una «volontà razionale di pace» e nel fissare «punti di partenza realistici e credibili per un cessate il fuoco». Ecco i nomi dei firmatari: Antonio Baldassarre, Pietrangelo Buttafuoco, Massimo Cacciari, Franco Cardini, Agostino Carrino, Francesca Izzo, Mauro Magatti, Eugenio Mazzarella, Giuseppe Vacca, Marcello Veneziani, Stefani Zamagni. Sono firme che, fino a pochi anni fa, mai avremmo immaginato di vedere riunite in un unico documento. Eppure troviamo oggi tutti questi personaggi concordi nel rifiutare una «concezione manichea del mondo e della storia».

Legittima a questo punto è la domanda: perché mai è avvenuta questa grande mutazione nella cultura del pacifismo? Le ragioni sono complesse e rimandano ai processi culturali avvenuti negli ultimi trent’anni.

Innanzi tutto c’è, sullo sfondo, il famoso e ultra-citato “tramonto delle ideologie” che ha decretato la fine di tutti i “manicheismi”.

In secondo luogo ci sono le delusioni del dopoguerra fredda e il fallimento del nuovo ordine mondiale concepito a Washington. Dai primi anni Novanta a oggi, non siamo affatto arrivati a una nuova epoca di pace e prosperità: l’evidenza ci dice che viviamo in un mondo per certi aspetti più insicuro di quello che conoscevamo al tempo del confronto Est-Ovest. Nel mondo di oggi si può minacciare impunemente il ricorso all’arma nucleare, senza subirne conseguenze nell’immagine e nell’autorevolezza politica.

A tutto ciò aggiungiamo il fatto che la linea geopolitica seguita dagli Usa in questi ultimi venti-venticinque anni non s’è certo proposta come fattore di pace bensì di destabilizzazione, come dimostrano i casi dei Balcani, dell’Iraq, del Nordafrica e ora dell’Ucraina.

Saltate le gabbie della guerra fredda, tutti oggi si sentono liberi di dire la loro senza il timore di incorrere in scomuniche o di essere additati come “traditori della patria”. O meglio, c’è ancora chi minaccia liste di proscrizione e invita al linciaggio mediatico. Ne sa qualcosa Orsini. Ma ormai si tratta di armi spuntate. I vecchi anatemi non funzionano più.

 

 

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