Le cifre del sangue e del mistero sono quelle che meglio si adattano a descrivere la figura di Matteo Messina Denaro, il superboss ricoperto d’oro che ha finito la sua latitanza lussuosa in un plumbeo (per la mafia) ma radioso (per l’Italia) mattino di gennaio.
La cifra del sangue è ben rappresentata da quanto “U Siccu”, come il boss di Castelvetrano era chiamato fin da ragazzo, si vantava con i suoi “picciotti” in fatto di efferatezza: aveva ammazzato o fatto ammazzare tanta di quella gente da riempirci un cimitero.
Un alone di morte circonda questo sessantenne intabarrato in un giaccone di montone mentre viene portato via dai carabinieri del Ros. A vederlo così, minuto, smagrito, con il fisico segnato da due tumori (al colon e al fegato), si direbbe quasi inoffensivo. Ma l’erede di Totò Riina, “Zu Totò”, si è dimostrato capace di una ferocia tale da fare invidia a quella, proverbiale, del “capo dei capi”.
Matteo Messina Denaro ha sempre avuto una predilezione per le vittime innocenti. Come il piccolo Giuseppe Di Matteo, sequestrato a dodici anni perché figlio del pentito Santino, poi tenuto prigioniero per due anni in catene, dopodiché strangolato e quindi sciolto nell’acido. O come Antonella Bonomo, uccisa solo perché compagna del boss “dissidente” Vincenzo Milazzo. La poveretta era anche incinta, ma ciò non fece venire il minimo scrupolo a “U Siccu”.
E vittime innocenti di Messina Denaro sono state anche tutte le persone uccise nel 1993 durante la stagione stragista di Cosa Nostra, una stagione condotta dal feroce Matteo in combutta con Giuseppe Graviano, altro giovane rampante della mafia degli anni Ottanta-Novanta. In tutto dieci persone uccise tra Via dei Georgofili a Firenze e via Palestro a Milano, cui sono da aggiungere decine e decine di feriti, comprese anche le persone colpite dalle bombe scoppiate davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano e davanti alla Chiesa di San Giorgio al Velabro.
Legittima la soddisfazione di questi giorni. Legittimo anche il senso di sollievo. Ma ora è anche il momento in cui si ripropongono le domande più inquietanti sulla “carriera” criminale del superboss.
E qui arriviamo alla cifra del mistero, nel duplice senso del mistero che circonda Matteo Messina Denaro (riguardo in particolare a ciò che ha reso possibile la sua trentennale latitanza) e dei misteri di cui il boss di Castelvetrano è depositario. In questo senso possiamo dire che “U Siccu” è l’ultimo mistero della mafia, intendiamo dire il mistero della mafia storica, quella dell’ascesa dei corleonesi, dello sterminio della vecchia mafia dei Bontade e degli Inzerillo, dei delitti eccellenti, la mafia delle stragi e dei rapporti segreti (e indicibili) con pezzi di Stato, massoneria, servizi. I misteri che circondano ancora tutto ciò che è inspiegabile nella lotta di contrasto alla criminalità organizzata, il perché l’azione delle autorità ha conosciuto fasi opache, inspiegabili ritardi, dossier rimasti nei cassetti e quant’altro ancora ci riporta alle aree di complicità della mafia con la politica, gli apparati, l’imprenditoria.
Il procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, ha parlato, subito dopo l’arresto del boss, di «borghesia mafiosa», intendendo gli appoggi di cui Messina Denaro ha goduto in tutti questi anni nell’economia siciliana, una rete di rapporti che spiega anche l’incredibile ricchezza accumulata nel tempo dal boss di Castelvetrano.
Ma gli intrecci più forti sono a livello nazionale. Ed è lì che il mistero è più fitto. Ed è sempre lì che Messina Denaro custodisce i segreti più inquietanti, i segreti sui patti stabiliti a suo tempo da Totò Riina e di cui il giovane Matteo fu testimone. E anche di quello che direttamente non vide ma di cui venne comunque a conoscenza dopo l’arresto del “capo dei capi”.
Il riferimento è alle carte di Riina, ai documenti scottanti custoditi nella villa di via Bernini a Palermo, il suo ultimo nascondiglio, e di cui le autorità non sono venute in possesso per l’inspiegabile decisione di non perquisire la casa di Riina subito dopo il suo arresto. Molte di queste carte compromettenti pare che siano finite nelle mani di Messina Denaro e tale circostanza potrebbe spiegare il perché il boss sia rimasto protetto per tanti anni: i segreti di cui era depositario sono stati la migliore garanzia della sua latitanza?
Di questa circostanza si fa cenno in questi giorni sui giornali, ma quasi timidamente. Eppure ci sono fondati motivi per ritenere che “U Siccu” abbia effettivamente custodito i documenti segreti del boss corleonese. A parlarne diffusamente è stato, tra gli altri, il pentito Antonino Giuffré. Ma oggi se ne parla di sfuggita: forse per impedire che si riaccendano i riflettori su un aspetto imbarazzante dei giorni dell’arresto di Riina?
C’è chi sospetta che, in realtà, Riina sia stato “venduto” allo Stato. In cambio di cosa? Forse della possibilità, concessa all’imprenditoria mafiosa, di continuare a prosperare, anche in combutta con grandi imprese del Nord. Vale la pena ricordare che l’ultima grande botola da scoperchiare riguardava, in quegli anni, la spartizione dei grandi appalti. Un dettagliato rapporto dei carabinieri consegnato a Giovanni Falcone nel febbraio 1991 parlava proprio del modo in cui erano normalmente assegnate le fette della grande torta. Il giudice non poté occuparsene perché subito dopo assunse l’incarico offertogli dall’allora ministro della Giustizia, Claudio Martelli. Nel documento c’erano riferimenti pesanti, ad esempio al gruppo Ferruzzi, capitanato da Raul Gardini. Eravamo alla vigilia di Mani Pulite: c’erano tutte le condizioni affinché Tangentopoli potesse creare un link con una possibile Mafiopoli. Ma non accadde. Fece però riflettere più di qualcuno l’inspiegabile suicidio di Gardini nell’estate del 1993.
Quel rapporto finì nei cassetti della Procura di Palermo. Subito dopo la strage di Capaci, il dossier fu richiesto a gran voce da Paolo Borsellino, che cominciò a lavorarci. Ma neanche lui, come purtroppo è tragicamente noto, ebbe il tempo di condurre l’inchiesta…
Secondo alcuni, lo Stato esibì il trofeo di Riina, mentre gli imprenditori mafiosi (e i loro compari del Nord) continuavano a fare business indisturbati.
Anche oggi il “trofeo” di Matteo Messina Denaro è esposto con giusto e legittimo orgoglio. Ma si riparlerà delle carte di Totò Riina? Forse l’ultimo mistero rimarrà tale. O forse qualcosa uscirà. Magari riguarderà personaggi eccellenti, ma ormai scomparsi. E sarà materiale adatto più a ricostruzioni storiche che ad azioni giudiziarie.



