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Sanremo: fucina di talenti o di perdenti?

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Manca meno di un mese all’inizio della 73ª edizione del Festival di Sanremo che, stando alle classifiche, risulta essere il programma sulla cima del podio dei programmi televisivi più visti in Italia, se si escludono gli eventi sportivi.

La musica, si sa, permea e avvolge le nostre vite, diventando colonna sonora di momenti, stati d’animo ed eventi che restano a lungo impressi tra le nostre memorie. Spesso, per sempre.

Le canzoni – che siano usate semplicemente per liberare e condividere un’emozione, per denuncia o protesta politica e sociale, per vendetta d’amore (vedi la recente nemesi di Shakira verso il suo ex), accompagnano la storia dell’uomo dalla notte dei tempi, visto che la musica stessa pare sia nata 55.000 anni fa. La storia della musica si identifica quindi con la storia stessa del genere umano, evolvendosi da un battito di mani a mo’ di incoraggiamento prima di una battuta di caccia, a vera e propria arte, che da Euterpe a Santa Cecilia ha accompagnato e attraversato mondo pagano e mondo cristiano fino a giungere ai tempi attuali dove però, l’arte di far musica sembra sempre più sottostare a leggi di marketing, ai numeri che inseguono le case discografiche attraverso i propri artisti, a strumentali meccanismi volti a creare profitti.

Ben venga, perché in fondo la musica è oggi un’industria con le sue logiche i suoi obiettivi, i suoi ricavi e i suoi costi. Ma ancora più in fondo, quanti dei motivi che ascoltiamo sopravvivono dopo qualche anno, se non mese, e superano una stagione, un festival o anche un lunghissimo e applauditissimo primato in classifica? Molto più semplicemente: quanti saranno, tra i cantanti di oggi, i nuovi Modugno o Battisti, Pausini, Vanoni, Dalla o Ramazzotti ad essere ricordati quando essi stessi resteranno solo un nome nella storia di quest’arte liberale?

Ci sono canzoni che attraversano generazioni, che vivono e sopravvivono a chi le ha cantate, perché con la sua canzone un artista si consegna all’immortalità, entra di diritto nella storia di un’epoca e di un Paese, vive nella vita di tutti coloro che in quella melodia si identificano rivivendo un ricordo che scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti giorni semplicemente attraverso l’ascolto e l’udito, quello spazio cranico dell’indefinito dove le parole acquistano l’anima della poesia. Sette note e un pentagramma sono capaci di generare infinite vibrazioni ed emozioni.

Non ci resta che aspettare Sanremo per avere, forse, una risposta alla domanda. Anche se il ricorso agli immortali Morandi, Albano e Ranieri forse è, in sè, già una risposta.

Loredana Capobianco

 

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