Robert De Montesquiou: simbolo di un’epoca

domenica, 22 Gennaio 2023
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Fu Baudelaire a delineare la figura del perfetto Dandy, sottolineando come l’esagerato gusto nel vestire e nel vivere o la ricerca del dettaglio unico e raffinato, per volersi distinguere da un opinione comune, non fosse altro che il voler ribadire la propria superiorità aristocratica e culturale. E in questi giorni di celebrazioni proustiane, spesso è stato ricordato uno dei personaggi simbolo della “Recherche“, ma anche della società parigina della “Belle Epoque”, che del dandismo fece un vero e proprio stile di vita: il conte Robert De Montesquiou, che Proust trasfigurò letterariamente nel barone di Charlus, uno dei personaggi principali della Recherche.

Montesquiou fu un colto letterato, un grande collezionista e appassionato studioso di arte e fu uno dei protagonisti del mondo cosmopolita della Parigi “fin de siecle”, perfetta incarnazione del dandy Baudelairiano. Lui amava definirsi un “interprete d’arte” e a buon diritto influenzò lo stile e la moda del suo tempo e Proust, di sedici anni più giovane, era rimasto fortemente impressionato da tanta acutezza di giudizio e vastità di cultura.

Molti sostengono che fu lui il determinante ispiratore di quel mondo rappresentato da Proust nella sua “Recherche“. E lo studioso Bernard Bergson sostiene che Montesquiou fu il maestro capace di stimolare il genio di Proust che in seguito partorirà il suo capolavoro. Innumerevoli furono le sue foto e i suoi ritratti, ma il più celebre ed emblematico è senz’altro quello che gli fece Giovanni Boldini. Il pittore ferrarese ne mette in evidenza tutta l’eleganza aristocratica in una raffinatissima posa a sottolineare la forza della sua personalità e, ritraendolo con in mano il suo bastone da passeggio come uno scettro regale, sembra intento a giudicare il mondo!

Una bellezza fredda e distaccata che non lascia trasparire emozione con un narcisistico sguardo sul mondo, una vanità e un culto di sé che sarà destinato inesorabilmente a una drammatica conclusione. E quasi un presagio fu il saggio che scrisse sulla vita della Contessa di Castiglione “La Divine Comtesse” del 1913 con la prefazione di Gabriele D’Annunzio che era suo amico. Anche lui, come la Contessa, rifuggirà pubblico e fotografi, che tanto aveva amato, e non lascerà di sé nessuna testimonianza dell’ultimo periodo della sua vita, trascorrendoloappartato e in solitudine dopo un ventennio di sfavillante vita mondana! Proust lo considerò vittima di una “cospirazione del silenzio”,come un recluso in una gabbia, una gabbia dove aveva preferito nascondersi per non mostrare il suo inevitabile declino, proprio come la Castiglione, e dove si spense nel 1921.

Un vero simbolo crepuscolare che fu “proustiano” nel suo significato più profondo, nella vita come nella morte.

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