L’Autonomia è bella, ma a che ci serve?

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L’Autonomia regionale differenziata è senza dubbio un’idea bella, moderna e democratica. Ma non si sfugge a due domande. Che fretta c’è a realizzarla a inizio legislatura? Serve davvero ai territori italiani in questo momento di crisi economica e di risorse pubbliche al lumicino?

Il governo, sulla spinta della componente leghista, sembra deciso a procedere spedito. La bozza del disegno di legge, già esaminata nel pre-consiglio di martedì, dovrebbe essere approvata in settimana, per poi approdare in Parlamento.

Il motivo della fretta di Roberto Calderoli (autore della bozza) e di Matteo Salvini  non è difficile da immaginare: poiché il 12 febbraio si vota in  Lombardia e nel Lazio, lo stato maggiore del Carroccio punta a presentarsi con qualcosa di appetibile per gli elettori della regione che ha visto la nascita della Lega. Al di là della scadenza elettorale, è evidente il tentativo di riconquistare l’elettorato “nordista” che è (o almeno lo era fino a qualche anno fa) sensibile al tema dell’autonomia e del federalismo.

Legittima la premura leghista. È lecito però nutrire dubbi sull’effettiva urgenza di permettere alle Ragioni ordinarie che ne facciano richiesta di realizzare quelle «condizioni particolari di autonomia» cui fa riferimento l’articolo 116 della Costituzione e che il disegno di legge proposto da Calderoli mira a realizzare.

I dubbi riguardano innanzi tutto il fatto che non sembra avere molto senso, in questo momento, concedere più ampi poteri alle Regioni senza inserire una simile riforma in un più generale progetto di revisione costituzionale, come peraltro sembrerebbe intenzionata  a fare Giorgia Meloni, la quale vorrebbe legare il tema dell’autonomia alla riforma in senso presidenzialista della Repubblica.

Più in generale, vale il principio che non si può fare spezzatino di Stato (nel senso delle riforme) senza correre il rischio di arrivare allo Stato-spezzatino. C’è anche il triste precedente della riforma del Titolo V della Costituzione a consigliare un approccio più morbido e prudente ogni volta che si tratta di ridisegnare ambiti e confini dei poteri pubblici. Vale la pena ricordare che quella legge, approvata in fretta e in furia da una maggioranza di centrosinistra in via di liquidazione, ci ha regalato oltre 20 di conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni. La pessima prova del regionalismo è stata oggetto di critiche dalle stesse forze che hanno, a suo tempo, varato un simile legge. Tant’è che, nel progetto di riforma di Matteo Renzi (poi abortito), era previsto il ritorno di diversi ambiti alla competenza statale. Ora che facciamo, torniamo a commettere un errore analogo a quello commesso dal governo Amato tra il 2000 e il 2001?

C’è poi la questione del peso sulle  finanze pubbliche. E sì perché , anche se nessuno lo dice, una simile riforma richia di costare. E ciò se vogliamo realizzarla per bene. Rischia di costare se intendiamo garantire i mitici Lep (Livelli essenziali di prestazioni), cioè la garanzia che l’Autonomia differenziata concessa alle Regioni più ricche non vada  ad aggravare lo squilibrio già esistente  con quelle più povere in materia di diritti sociali e diritti civili. È vero che all’articolo 8 della bozza  Calderoli si legge che «dall’applicazione della presente legge e di ciascuna intesa non derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Ma già al comma immediatamente successivo il disegno di legge sembra contraddirsi: «Qualora la determinazione dei Lep e dei relativi costi e fabbisogni standard determini oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica, la legge provvede al relativo finanziamento». Che vuol dire? Che per fare fronte a questi «oneri aggiuntivi» le Regioni interessate potranno stabilire tributi speciali a carico dei cittadini? Possibili pasticci emergono già a una prima lettura del testo.

Ripetiamo la domanda: che fretta c’è? Evidentemente nessuna. Anzi, la delicatezza della materia richiederebbe esami più approfonditi e limature più attente.

Forse i dirigenti leghisti pensano che siamo ancora negli anni Novanta, quando bastava pronunciare le parole “federalismo”, “autogoverno” , “autonomia” per aprire i forzieri elettorali del Nord Italia. Il tempo ci ha dimostrato che quelle parole corrispondevano a una neo-ideologia che non ha dato buona prova di sé. E questo  i vecchi elettori “lumbard” sembrano averlo oggi capito. Possibile che non lo capiscano ancora  gli esponenti del Carroccio?

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