Altro che crollo, la Russia resiste alle sanzioni

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La storia di questo primo anno di guerra è anche la storia di una doppia, inattesa sconfitta; sconfitta sul piano militare per Putin, che si aspettava di conquistare l’Ucraina con una scampagnata di qualche giorno sui carri armati e si trova ora nel mezzo di un pesantissimo conflitto; ma pure sconfitta sul piano economico per l’Occidente, che credeva di far crollare Mosca nel giro di pochi mesi intrappolandola in una fitta rete di sanzioni economiche e finanziarie.E invece, a un anno dall’inizio della guerra, l’economia russa resiste, un po’ ammaccata ma ben salda sulle gambe.A certificarlo non è Putin, ma il Fondo Monetario Internazionale, un ente non certo facilmente accusabile di simpatie per il regime dello zar. Il 2022 si è chiuso con una recessione del 2,5%, certo dolorosa ma non insopportabile, e comunque lontanissima da quella caduta a doppia cifra che la presidenza Biden aveva profetizzato all’indomani del blocco dei fondi della banca centrale.E nei prossimi mesi la situazione migliorerà; quest’anno e nel 2024 l’economia dovrebbe tornare a crescere, facendo segnare una performance persino migliore di alcune economie occidentali, come quella del Regno Unito, ancora alle prese con i danni causati dalla Brexit. Il motivo di questa resilienza è dovuta a due fattori; da un lato la sostituzione quasi immediata di molti investitori occidentali con paesi emergenti più o meno disallineati rispetto alla politica estera americana; non solo Cina, ma anche India, Brasile, Sudafrica e Turchia. Dall’altro gli otto anni che la Russia ha avuto a disposizione, all’indomani dell’invasione della Crimea, per “impermeabilizzarsi”, rafforzando le sue riserve valutarie in rubli e riducendo le importazioni dall’Europa.Un terzo fattore, poco pubblicizzato, è dovuto poi all’abitudine della popolazione a vivere con poco. In Italia quando pensiamo ai russi ci vengono in mente i ricchi turisti che invadono via Condotti e via della Spiga svuotando i negozi, ma la stragrande maggioranza della cittadinanza è abituata a tirare avanti alla meno peggio; la speranza di vita è quella di un paese del terzo mondo (per gli uomini non raggiunge i 60 anni) e il pil pro capite è la metà della media Ocse. Difficile che una popolazione costretta a un’economia di sussistenza sia velocemente toccata da sanzioni che peggiorano le condizioni economiche dei cittadini più abbienti. Tutto bene per Putin dunque? Non proprio: se le sanzioni stanno mordendo meno di quanto ci si aspettasse non vuol dire che non stiano funzionando affatto. Volendo fare un paragone con le armi, possiamo dire che se ci si aspettava che le sanzioni avrebbero agito come una fucilata capace di far crollare di colpo l’economia russa, la verità è che stanno agendo come un veleno che la sta lentamente sfiancando.Le sanzioni richiedono tempo per dimostrare la loro efficacia, e va considerato che alcune di quelle più dolorose, come l’embargo del G7 al petrolio russo, sono state approvato solo lo scorso dicembre. Inoltre se è vero che le élite russe sono una minoranza, è su queste che qualunque paese punta per restare competitivo; secondo le ultime stime pubblicate dal Washington Post un milione di cittadini russi avrebbe lasciato la madrepatria perché in disaccordo con Putin o desideroso di fuggire da un paese dove le condizioni di vita continuano a peggiorare; dato che uscire dalla Russia è difficile e richiede una certa disponibilità economica, è certo che ad andare via siano stati prima di tutto i cittadini meglio istruiti. Questo drenaggio di cervelli avrà conseguenze pesanti nei prossimi anni, e renderà sempre più fiacca un’economia che già oggi si basa quasi del tutto sull’estrazione di materie prime.La Russia resisterà, ma si sta avviando pericolosamente a diventare un petrostato la cui sopravvivenza economica e politica dipenderà dai suoi clienti. La Cina, primo partner commerciale di Mosca e ora acquirente a prezzo di saldo del suo petrolio, sentitamente ringrazia.

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