Il dark deal che Usa e Cina non vogliono confessare

domenica, 26 Febbraio 2023
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Gli americani lo chiamano – sottovoce e con un certo imbarazzo – il “dark deal”, un termine che evoca quasi un patto faustiano. E in effetti ha permesso alla società statunitense di mantenersi, se non giovane e bella, di certo potente e benestante, ma come tutti i patti col diavolo rischia di avere conseguenze terribili per un tempo lunghissimo.

Parliamo dell’accordo di fatto che esiste ormai da cinquant’anni tra le élite economico-finanziarie di Washington e quelle di Pechino, il quale prevede che gli americani comprino in deficit una quantità immane di prodotti realizzati dai cinesi, che in cambio investono buona parte delle somme in prodotti finanziari e assicurativi statunitensi.
Si tratta di un accordo che permette agli americani di vivere ben al di sopra dei propri mezzi e ha consentito alla Cina, grazie all’enorme capacità di spesa dei consumatori a stelle e strisce, di far crescere il proprio Pil a doppia cifra anno dopo anno.
Ora, come era prevedibile, i nodi sono venuti al pettine e nessuno sembra in grado di districarli. Da un lato gli americani si sono resi conto di aver concesso una forza economica enorme a un gigante che ora minaccia la supremazia geopolitica a stelle e strisce, dall’altro i cinesi sono desiderosi di rendersi indipendenti e aspirano a diventare una potenza finanziaria autonoma dal dollaro.
Il primo a tentare di fare qualcosa era stato nel 2018 l’allora presidente Trump, nel suo solito modo impulsivo ma a suo modo efficace; da un giorno all’altro aveva deciso che era necessario effettuare il decoupling (possiamo tradurlo con disaccoppiamento, ma anche semplicemente distacco) dall’economia del Dragone, e aveva cominciato a imporre pesanti dazi sulle merci cinesi, incoraggiando le imprese americane a investire in patria piuttosto che in Cina. La sua politica era stata criticata da ogni parte, ma forse non era così campata in aria se il democratico Biden non solo l’ha tenuta confermata, ma l’ha addirittura rafforzata offrendo alle imprese sussidi favolosi per riportare la produzione sul suolo statunitense.
I cinesi hanno risposto cercando di imporre un’egemonia economica e culturale sull’Europa, proponendo progetti ambiziosi come la via della Seta, vedendo però i propri piani rovinati proprio dall’alleato Putin, che con la sua aggressione all’Ucraina ha rinsaldato i legami tra Bruxelles e Washington riportando in vita un’alleanza, quella della Nato, diventata ormai marginale.
Inoltre i cinesi devono fare i conti con un improvviso e inatteso invecchiamento della popolazione, che come tutti gli economisti sanno significa prima di tutto riduzione della forza lavoro e quindi del Pil, che viene “mangiato” da capitoli di spesa improduttivi come pensioni e assistenza sanitaria. Il 2022 è stato l’anno della svolta, quello in cui la popolazione è diminuita per la prima volta in 60 anni, e con i bassissimi tassi di natalità esistenti la situazione rischia di peggiorare velocemente.
Secondo gli ultimi studi già nel 2030 l’età media in Cina sarà di ben cinque anni e mezzo superiore a quella degli Stati Uniti, e per allora il suo Pil pro capite sarà appena il 30% di quello americano, mentre gli economisti cinesi fino a un paio di anni fa si aspettavano di arrivare al 50%. Di fronte a problemi di questo genere per Xi diventa quindi difficilissimo fare a meno del fiume di dollari arrivato finora tramite le esportazioni. D’altra parte molte aziende americane non sono affatto pronte a spostare la loro produzione all’estero; per alcune tipologie di prodotti Pechino garantisce ancora l’equilibrio perfetto tra prezzi della manodopera contenuti e qualità del prodotto finito.
Il dark deal insomma, per quanto svelato, è ben lontano dall’essere sciolto. A meno che gli Stati Uniti non trovino una nuova Cina nell’India, la cui popolazione giovane e sottopagata sembra fatta apposta per soddisfare i desideri dei viziatissimi consumatori americani.

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