Doveva essere un confronto Nord Sud, è diventato il classico scontro maggioranza opposizione. E questo è un ottimo risultato per il governo di Giorgia Meloni. Potrebbe essere riassunto così l’esito del voto sull’autonomia differenziata, che ha ottenuto il disco verde dalla Conferenza delle Regioni con sedici voti a favore (quelli con le regioni guidate dal centrodestra) e quattro contrari (quelli rimasti in mano al centrosinistra).
Quindi tra i no a una riforma che premia in maniera netta o nettissima i territori del Nord ci sono la Toscana di Giani e l’Emilia-Romagna di Bonaccini, mentre Calabria, Basilicata e Molise hanno votato sì, anche se il conto da pagare per i suoi abitanti rischia di essere salato.
In pratica l’unico pezzo del Sud che è pronto a lottare contro la riforma è la Campania di De Luca, governatore arrembante ma azzoppato dalla vittoria di Schlein, che lo vorrebbe pensionare quanto prima, e la Puglia di Emiliano, il quale paventa la nascita di «un Paese nel quale un’impresa o un cittadino, muovendosi sul territorio nazionale, può avere come interlocutore, per alcune materie importantissime, a volte lo Stato e a volte la Regione. Si rischia anche di stritolare tutti i Comuni sotto il peso di Regioni che diventeranno onnipotenti».
E in effetti, a leggere il documento di 80 pagine preparato dal Ministero per gli affari regionali e le autonomie di Calderoli, sembrerebbe proprio così: in pratica se tutte le regioni chiedessero di gestire per conto proprio le funzioni elencate nel dossier lo Stato italiano diventerebbe un guscio vuoto, un nome e una bandiera che nasconderanno venti microcosmi differenti per approccio all’istruzione, diritto alla salute e al lavoro, strumenti di mobilità, valorizzazione dei beni culturali e persino nella gestione dell’energia.
Vincitori e vinti?
Se nel medio periodo le regioni del Nord, autorizzate a tenere per sé i proventi delle tasse, vedrebbero migliorato di molto il loro tenore di vita, alla lunga scoprirebbero un grande indebolimento in tutte le partite che contano a livello europeo, perché un’Italia divisa in tante piccole patrie perderebbe quel po’ di peso specifico che le resta nei maggiori tavoli di Bruxelles. Non accadrà subito, ma non c’è dubbio che accadrà.
Il grande successo della Meloni è essere riuscita a tenere sotto controllo i presidenti delle molte regioni governate dalla sua parte politica, evitando un conflitto intestino che rischiava di danneggiarla fortemente. In cambio ha però consentito alla Lega una vittoria inseguita dai tempi di Bossi, e che era stata apparentemente abbandonata durante gli anni del salvinismo “nazionale”.
Il paradosso è che il partito ha ottenuto una vittoria storica, a scapito dell’alleato di maggioranza, proprio in un momento di grande debolezza elettorale. L’accordo arriva a pochi giorni da una revisione del Reddito di Cittadinanza che rischia di dare un’ulteriore mazzata alle centinaia di migliaia di famiglie italiane che campano di sussidi in zone del Paese dove trovare un lavoro contrattualizzato è pura utopia.
La Meloni sta commettendo lo stesso errore di Renzi, che per favorire la ripresa economica del Paese dopo la crisi del debito sovrano del 2012 puntò tutto sul Nord lasciando che i divari col Meridione aumentassero ulteriormente. Il malcontento crebbe a dismisura e alle politiche del 2018 i cinquestelle sfondarono conquistando tutti (sì, avete letto bene, tutti) i seggi uninominali a Sud di Roma con l’unica eccezione del collegio di Reggio Calabria. La Meloni sta pericolosamente imitando l’ex leader del Pd; un Sud ulteriormente impoverito e incattivito non potrà fare altro che gettarsi nelle amorevoli braccia del masaniello Conte, facendo di Giorgia l’ennesima salvatrice mancata della patria, capace di passare nel giro di un paio d’anni dal 30 al 10 per cento dei voti o meno. Se vuole durare la leader di FdI dovrà ricordarsi che il suo partito si chiama Fratelli d’Italia, non di Padania.
