Silicon Valley crac, banche centrali sotto accusa

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Silicon Valley crac, stavolta la speculazione non c’entra. È tutta colpa della Banca centrale americana, la Fed, con la sua ossessiva politica di rialzo dei tassi. E nel mirino finisce anche la Banca centrale europea, la Bce, che contribuisce a diffondere il contagio perché si rifiuta di rassicurare i mercati.

Cerchiamo di esporre brevemente che cosa è accaduto. E che cosa potrebbe ancora accadere.

Capita dunque che la Silicon Valley Bank, una delle banche che sostiene finanziariamente le aziende dell’hig tech, vada a gambe per aria perché i suoi titoli si sono svalutati a causa degli alti tassi della Fed e perché è stata di conseguenza costretta a svenderli, generando panico tra i suoi risparmiatori. La Banca centrale avrebbe potuto evitare il crac della Silicon se avesse consentito misure di sostegno all’istituto di credito in difficoltà. E invece è rimasta a guardare. Il contagio s’è presto propagato alle Borse americane e mondiali dal momento che la Silicon Valley sostiene uno dei settori strategici dell’industria americana. Grave sottovalutazione da parte di Jerome Powell, presidente della Fed.

Né un comportamento più responsabile sembra aver assunto Christine Lagarde, a sua volta presidente della Bce. Ha confermato la decisione di alzare i tassi anche di fronte al crollo delle Borse europee. E per l’Italia potrebbe essere un doppio guaio: perché l’aumento dei tassi è destinato ad andare insieme con la riduzione dell’acquisto dei bond. Da quel momento in poi entreranno in campo gli speculatori e per lo spread sarà una vera festa. Prepariamoci a tempi duri.

A questo punto sorge spontanea la domanda: possibile mai che decisioni così importanti e dal possibile, pesantissimo impatto sulla vita di milioni di persone devono essere appannaggio di ristretti circoli finanziari?

Il fallimento della Silicon Valley Bank ha rivelato insomma un problema strutturale dell’economia mondiale: il superpotere delle banche centrali. È una questione che si trascina da più quarant’anni, da quando cioè si affermarono le idee monetariste presso le istituzioni economiche occidentali. Un simile cambiamento si rese evidente alla fine degli anni Settanta, quando l’allora presidente della Fed, Paul Volker, inaugurò il disastrogeno filone delle politiche deflazionistiche che tanti guai produsse (e che continua ancora a produrre) nell’economia reale delle nostre società. Da quegli anni in poi la politica monetaria ha come scopo principale, non la crescita e l’occupazione, ma il controllo dell’inflazione.

La parole magica per spiegare questa autentica tracimazione di potere è l’ “autonomia” delle banche centrali dai governi, considerati tendenzialmente spendaccioni. In Italia questa “autonomia” si manifestò nel 1981 con il “divorzio” tra il Tesoro e Bankitalia, un’operazione che fu suggellata da un semplice scambio di lettere tra il ministro Beniamino Andreatta e il governatore Carlo Azeglio Ciampi. Da quel momento, l’istituzione di via Nazionale cessò l’acquisto automatico dei titoli del Tesoro rimasti invenduti. L’inflazione, che in quegli anni in Italia era a due cifre, sembrava finalmente domata, ma il debito pubblico iniziò la sua folle corsa: raddoppiò nel giro di una decina d’anni. Il motivo era semplice: il Tesoro, senza più la copertura della Banca d’Italia, doveva collocare i titoli sul mercato offrendo rendimenti sempre più alti. Il combinato disposto tra alti rendimenti di Bot e Cct e la forte spesa pubblica (erano gli ultimi anni della Prima repubblica) ha creato i guai che pesano ancora oggi sulle nostre spalle.

Al dunque, l’”autonomia” della Banca centrale italiana non è stata esattamente un toccasana per la nostra società, come non lo è oggi l’”autonomia” della Banca centrale europea.

Ma, al di là dell’effetto economico, l’effetto più pesante è stato quello politico. Perché, in tutto il mondo occidentale, abbiamo assistito alla nascita di un nuovo potere, un potere che nessuno è in grado di controllare. «Si è puntato a istituzionalizzare –scrisse Giano Accame alla metà degli anni Novanta- l’allargamento della tradizionale ripartizione di poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) aggiungendone un quarto, quello monetario, affidato alla Banca centrale resa autonoma come e più del potere giudiziario».

Fed e Bce saranno anche “autonome” dal potere politico. Il problema è che l’economia delle società occidentali non è a sua volta “autonoma” dagli errori delle banche centrali. Speriamo solo, dopo il Silicon Valley crac, che questa “autonomia” non produca altri guai. Ma non ne siamo tanto convinti. Ci può solo consolare il pensiero che, dove non può arrivare la politica economica, arriveranno forse gli scongiuri.

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