Ti riempio di soldi, ma devi spenderli come dico io e quando dico io, altrimenti me li riprendo. Volendo riassumere in una frase le condizioni poste dall’Unione europea nell’utilizzo dei famosi fondi del Pnrr, ci si potrebbe fermare qui.
Se è vero che Giorgia Meloni finora non è stata in grado di mantenere il migliore dei rapporti con le istituzioni comunitarie, è pur vero che a Bruxelles stanno facendo di tutto per rendere difficile la vita al governo italiano. A partire dalla decisione, certo evitabile, di ritardare la terza tranche dei fondi prevista – pari a 19 miliardi – che però non riguarda solo l’Italia (la stessa decisione è stata presa per altri sette paesi). Ma a rendere incomprensibile l’atteggiamento della Commissione è la resistenza posta a un rinvio della scadenza nell’uso dei fondi – attualmente prevista per il 2026, tra appena tre anni. È evidente che qualunque investimento di una certa importanza, soprattutto nelle infrastrutture, non può essere concluso in un tempo così breve. Rifiutarsi di riconoscere il diritto a usare i fondi per un periodo più lungo equivale ad ammettere che l’Europa questi famosi 200 miliardi all’Italia non li ha mai voluti dare.
Certo non aiuta che tutto il percorso sia stato gestito finora da tre governi – il Conte 2, l’esecutivo Draghi e quello odierno – che più diversi per maggioranze che lo sostengono e impostazione politica non potrebbero essere. E di sicuro è stato perso tempo nei primi fondamentali mesi, quando era urgente dotarsi del personale che mancava alla PA per mettere a terra i progetti e si è scelto di affidarsi a concorsi per posti pagati male e per di più a tempo determinato, che ovviamente hanno tenuto lontani i giovani dotati di qualche talento. Ma se Roma ha le sue colpe, di certo Bruxelles sta facendo di tutto per metterle i bastoni tra le ruote.
Ad esempio non si capisce per quale motivo era necessario vincolare la concessione dei fondi alla realizzazione di specifiche riforme che riguardano la giustizia, la sanità e la pubblica amministrazione. È difficile non vedere in questa imposizione il tentativo di modificare il funzionamento dello stato italiano in una direzione più gradita ai burocrati europei, ma che magari ha poco in comune con i legittimi desideri dei cittadini, che incaricano il loro governo nazionale di occuparsi di questi temi.
Sbaglia comunque chi, a sinistra come a destra, pensa che il confronto sia ormai destinato allo scontro e che i fondi, in un modo o nell’altro, andranno persi. Il tenacissimo ministro Fitto in questi giorni sta si sta impegnando su tutti i fronti, lavorando a Bruxelles per ottenere qualche concessione nei tempi e nei modi dell’utilizzo dei fondi e spronando i colleghi di Roma a lavorare il più e meglio possibile, di fatto dando torto al fatalismo di Antonio Tajani che spiegava serafico: “Se qualche progetto salta ce ne faremo una ragione”. Paradossalmente un aiuto al governo potrebbe arrivare dall’italiano d’Europa Paolo Gentiloni, che pur provenendo dalle file del Pd sembra essere riuscito a trovare parecchi punti d’intesa con Fitto. Difendendo l’Italia il commissario all’Economia ha spiegato che il Pnrr “è una sfida per le nostre capacità tradizionali di assorbimento della spesa molto seria, nessuno può ignorare le difficoltà di questo assorbimento e di attuazione, e tutti dobbiamo concentrarci nello sforzo di superarle”. Come al solito per avere ascolto a Bruxelles l’Italia deve affidarsi agli italiani, dimostrando che in Europa le nazionalità ancora contano, e molto.



