Made in Italy, FdI rischia l’effetto folklore

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Made in Italy, bella l’idea di un liceo dedicato alla promozione del marchio  italiano. Ma un tale orientamento scolastico servirebbe effettivamente alla nostra economia, alla nostra società, alla formazione dei nostri giovani?

Innanzi tutto vediamo di cosa effettivamente si tratta. Il liceo del made in Italy, annunciato da Giorgia Meloni nel corso della recente edizione di Vinitaly, sarebbe nella sostanza l’attuale liceo delle scienze umane-opzione economico sociale con qualche ritocco “identitario”. Nel biennio, sparirebbe la seconda lingua straniera per fare posto a un po’ più  di informatica e a un po’ di storia dell’arte. Nel secondo triennio, la materia economica verrebbe riformulata in questi termini: “gestione delle imprese del made in Italy”, “modelli di business nelle industrie della moda, dell’arte e dell’alimentare”, “made in Italy e mercati internazionali”.

Aspettiamo di conoscere qualcosa  di più. Non sappiamo se si tratta di una semplice riformulazione dei vari capitoli della materia economica oppure se vengano anche cambiati (e in che misura) i contenuti dell’insegnamento, ancorché la conoscenza economia da trasmettere a un ragazzo o a una ragazza comporta inevitabili rigidità. Più di tanto non si può modificare il programma. Del resto, l’economia del made in Italy è strutturalmente inserita nelle dinamiche della globalizzazione, la cui conoscenza è prioritaria nello studio del sistema economico in quanto tale.

L’istituzione di questo tipo di liceo appare insomma un corollario alla forte connotazione identitaria, in senso nazionale, che FdI sta imprimendo alla sua politica in diverse materie: dalla lingua (la proposta di legge a tutela dell’italiano) al cibo (l’opposizione alla bistecca sintetica diventata una bandiera da parte del ministro Francesco Lollobrigida).

L’intento di valorizzare l’italianità dopo la lunga eclissi dei decenni passati è sicuramente meritorio. Ma c’è da chiedersi se possa essere sufficiente alzare barriere ai forestierismi linguistici o sventolare bandiere nel sistema educativo per tutelare realmente la cultura nazionale, laddove non sarebbe invece più opportuno porre il rilancio dell’italianità al culmine (e come coronamento) di una politica di rigenerazione degli asset nazionali, dal sistema politico a quello amministrativo, dalla competitività del sistema economico all’efficienza di quello educativo.

Ci si sente al dunque italiani, si ritrova la forza e l’orgoglio di affermare la propria appartenenza nazionale, non perché c’è una legge che ti spinge a farlo, non perché trovi ovunque il cartello “prima gli italiani”, ma perché raggiungi la consapevolezza di vivere in una nazione che si sta riprendendo, che sta ritrovando la strada per la sua rinascita, che si sta riformando nelle istituzioni politiche e nell’assetto economico. Tutte cose che al momento, purtroppo, non ci sono e che tutti si aspettano invece di veder realizzate dal governo Meloni, o, se non realizzate, almeno avviate a realizzazione. Solo in un’Italia dai mille cantieri aperti (in senso lato, non solo edilizio,) può avere senso e può avere successo innalzare la bandiera della lingua e le altre bandiere identitarie.

In caso contrario, si rischia l’effetto folklore, cioè il ripiegamento consolatorio in un nazionalismo immaginario, che guarda alla superficie dei problemi e non entra nella dinamiche profonde dell’essere (e sentirsi) nazione.

Ma, se proprio vogliamo potenziare già da oggi il senso dell’italianità, ci sarebbe comunque un terreno nuovo e originale, sostanzialmente inesplorato, di applicazione: la valorizzazione della “diaspora” italiana nel mondo, non solo gli italiani residenti all’estero  (che possono votare), ma tutti i discendenti degli emigrati nel secolo scorso. Si tratta di una massa sterminata di persone: gli “italiani” così concepiti, quelli che potremmo definire “oriundi”, ammonterebbero, secondo i calcoli dei demografi, alla bellezza di circa 150 milioni di individui. Pensiamo solo che i residenti nel nostro Paese sono “appena” 59 milioni o poco più. Ovviamente non tutti questi oriundi potrebbero essere raggiunti dall’Italia oppure avere voglia di valorizzare le proprie radici lontane. Però avremmo in ogni caso un consistente numero di persone disponibili a costituire un’ampia rete di italiani nel mondo, sia per motivi culturali e/o economici sia per possibili utilità politiche. Perché non provare a investire in questa direzione?

Vale la pena notare, a chiosa, che uno di questi “italiani” è il nuovo centravanti della Nazionale, Mateo Retegui, un 23enne argentino con nonno siciliano. Questo ragazzo ha ottenuto il passaporto italiano e il c.t. Roberto Mancini lo ha subito inserito in squadra. Retegui ha già acceso le speranze dei tifosi italiani che cercano il goleador della Nazionale dai tempi di Paolo Rossi. E dire che questo neo-centravanti azzurro non parla nemmeno italiano.

 

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