Altro che quota 100, sulle pensioni torna la Fornero

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Niente ritorno a quota 100 di contiana memoria, ma neanche alla più prudente quota 102 di Draghi. Già è tanto che si riesca a confermare la quota 103 proposta dal governo Meloni con la finanziaria dello scorso anno (41 anni di contributi e 62 anni di età).

È una totale debacle per Salvini il Def presentato questa settimana da Palazzo Chigi, che non destina alle pensioni neanche un euro dei 3 miliardi di risorse racimolati nell’aggiornamento delle previsioni economiche sul Pil del 2023. E, quel che è più grave, non cancella neanche stavolta quella riforma Fornero che per gli italiani rischia di diventare un vero incubo, perché con il suo adeguamento continuo alle aspettative di vita rischia di allontanare la data dell’età pensionabile ben oltre i 67 anni oggi considerati un limite invalicabile. Se non si interverrà con misure ad hoc, sarà invece proprio la riforma voluta dalla ministra del Lavoro del lontano esecutivo Monti a tornare in vigore a partire dal 2024.

La situazione è insomma addirittura peggiore, per chi sogna di ritirarsi dal lavoro prima possibile, di quando a capo del governo c’era Draghi, che almeno aveva provato a impostare delle forme di flessibilità per l’uscita dal lavoro purché non ci fossero effetti negativi sui conti pubblici. D’altra parte quest’anno saranno in pochi a poter usufruire del prolungamento di quota 103, perché il bacino potenziale è stato prosciugato negli scorsi anni proprio dalla Quota 100 tanto voluta dal segretario della Lega quando era socio di minoranza – anche se decideva tutto lui – del governo gialloverde.

Questo non vuol dire che gli esborsi per le pensioni diminuiranno, anzi: la spesa in rapporto al Pil è in crescita costante, anche a causa del meccanismo di adeguamento automatico all’inflazione che, di questi tempi di aumento violento dei prezzi, è diventato costosissimo da mantenere. E la spesa prevista è impressionante: 297 miliardi nel 2022, 318 miliardi nel 2023, 341 nel 2024, 351 nel 2025. Una progressione inarrestabile.

Se è facile scusare il governo per non aver voluto allargare ulteriormente i cordoni della borsa – d’altra parte il caso francese dimostra che è quasi impossibile, in paesi occidentali con bassa natalità e aspettative di vita in continua crescita, pensare di abbandonare il lavoro a 60 anni – ci si sarebbe aspettati qualche spiegazione che giustificasse il mancato mantenimento di una delle principali promesse della scorsa campagna elettorale. Invece nessuna parola è giunta né dalla premier né da Salvini, che di una seconda Quota 100 era stato il principale alfiere.

Una operazione verità, che tratti gli elettori da adulti e non da poveri rimbambiti che si spera abbiano dimenticato le promesse loro fatte una manciata di mesi fa, sarebbe un bel segnale di trasparenza da parte di una premier che finora aveva sempre dimostrato di voler trattare gli italiani col rispetto che meritano.

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