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Clerfayt: “Le donne italiane non lavorano”. Questione culturale

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“Molte donne sono ancora in un modello mediterraneo, che siano italiane, marocchine o turche. È un modello famigliare in cui l’uomo lavora e la donna rimane a casa per occuparsi dei bambini”. Una frase shock quella pronunciata in diretta televisiva da Bernard Clerfayt, il ministro per il Lavoro della Regione di Bruxelles-Capitale, venerdì 14 aprile.

Durante l’intervista, il politico belga ha esternato quelle che, secondo lui, sono le ragioni del divario occupazionale tra donne e uomini e ha poi puntato il dito contro le cittadine di origine italiana, marocchina o turca per giustificare il divario occupazionale.

Se l’Europa è sempre più guidata dalle donne, basti pensare a Ursula von der Leyen, Christine Lagarde e Roberta Metsola rispettivamente al vertice della Commissione europea, della Banca Centrale e del Parlamento Ue, c’è chi ha incolpato proprio alcuni Paesi dell’Unione Europea di portare avanti un modello sbagliato, che influenza i restanti Paesi. Secondo Clerfayt, infatti, il “modello di famiglia mediterranea” discrimina e, allo stesso tempo, fa alzare il tasso di disoccupazione femminile.

Ma com’è veramente la situazione in Italia?

L’occupazione femminile dopo il Covid è fortunatamente in ripresa, ma non ha eliminato i forti divari territoriali tra Nord-Centro da un lato, Sud e Isole dall’altro. Tantomeno è migliorata la polarizzazione degli impieghi femminili sui settori “tradizionali”, infatti le donne italiane continuano a essere, in prevalenza, insegnanti, medici e operatrici della sanità, impiegate, commesse.

I dati Istat relativi ai primi nove mesi del 2022, rivelano che dopo la perdita di 376mila posti di lavoro femminili nel 2020 per effetto della pandemia, il numero di donne al lavoro è tornato ai livelli precrisi. Anzi, se si estende lo sguardo ai dati provvisori di gennaio 2023 appena diffusi dall’Istat, le donne italiane occupate sono 9,87 milioni, quindi più di quelle occupate nel 2019 (9,7 milioni).

Inoltre, dagli ultimi dati dell’Istat a gennaio del 2023 è emerso che l’occupazione femminile è cresciuta dello 0,2% rispetto a dicembre e dell’1,6% rispetto allo stesso mese di un anno fa. Ma in un mercato del lavoro che secondo le statistiche è il migliore da trent’anni (o da sempre), le italiane arrancano, ancora, ben più di un passo indietro rispetto alla media europea. Le occupate sono arrivate sì a 9,87 milioni, ma sono soltanto il 51,9% delle donne tra i 15 e i 64 anni, contro il 69,7% degli uomini.

Il tasso di occupazione femminile medio, in riferimento ai primi nove mesi del 2022, è del 50,8%: lavora quindi una donna su due, mentre raggiunge il 51,9% in base ai dati provvisori di gennaio 2023.

Tuttavia, non mancano le grandi differenze territoriali da Nord a Sud. Le regioni settentrionali e del centro si piazzano tutte sopra il livello, con la punta di eccellenza del Trentino Alto Adige (66,3%), e un tasso medio intorno al 60% in Emilia Romagna, Toscana, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia. Si piazzano sotto la media, invece, le regioni meridionali e le isole, in particolare la Sicilia, 30,3% e la Campania, 30,4%.

Il rimedio alla disoccupazione femminile in Italia potrebbe arrivare dall’attuazione del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza (PNRR). Il decreto legge per la governance del Piano, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, obbliga infatti gli operatori economici a destinare ai giovani under 36 e alle donne almeno il 30% dell’occupazione aggiuntiva creata con l’assegnazione dei fondi.

L’Italia deve infatti promuovere l’innalzamento dei tassi di occupazione femminile e giovanile, come richiesto dall’Unione Europea. Per garantire una corretta applicazione della clausola, sono state emanate le “Linee guida per favorire la pari opportunità di genere e generazionale, nonché l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità nei contratti pubblici finanziati con le risorse del PNRR e del Pnc”. L’obiettivo ultimo, per il triennio 2024-2026, è di arrivare a un incremento del lavoro femminile di almeno il 4%. Un piccolo miglioramento, ma fondamentale per raggiungere nuovi traguardi.

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