La Cina, un miliardo e mezzo di persone e circa 8 milioni di laureati annui. Uno dei Paesi con il numero di laureati maggiore, nonostante la bassa percentuale rispetto alla popolazione, lancia una provocazione ai propri universitari.
Qual è il suggerimento cinese ai propri laureati? Quello di fare la gavetta, gli ambulanti, i rappresentanti, i lavori manuali più umili, qualcosa di retribuito.
Ma se in un Paese come la Cina che ha puntato ed investito moltissimo sull’istruzione si arriva a queste riflessioni; sorge inevitabile domandarsi fino a che punto l’eco di queste dinamiche si rifletterà in Italia. Come potremmo confrontare le situazioni lavorative italiane e cinesi?
I primi parallelismi importanti si aprono in materia di reddito di cittadinanza; dove i percettori italiani arrivano a rifiutare fino a due o tre lavori per una questione di distanza. In Italia non si tratta quindi, come in Cina, solo della tipologia di lavoro, ma anche del minimo disagio che questo potrebbe arrecare.
Un altro tema cardine quello del titolo di studio, di per sé non effettivamente abilitante al lavoro. La sempre maggiore libertà di scelta del piano di studi, rischia di creare delle sacche di laureati in materie specifiche che poi non rispecchiano pienamente quelle dell’ambito lavorativo in cui si andranno ad inserire. Quale invito rivolgere agli studenti? Che cosa manca?
Tra le lacune più evidenti sul panorama mondiale, quello di un connettore tra il titolo di studio e il mondo del lavoro. Connettore che, non potendo essere stabilito per legge, resta accessibile solamente tramite un percorso svolto dall’individuo stesso.
Individuo che dovrebbe canalizzare la preparazione che ha acquisito, nel complesso generalista pur nella specificità di una facoltà di studi, in energie positive verso un’attività che esprime posti di lavoro.
Il problema viene rimesso dunque all’individuo e alla sua flessibilità. Quali sono le possibili soluzioni?
Per quanto complesse e non prive di complicazioni, dovremmo forse adattarci all’idea di poter intraprendere cammini lavorativi in materie non completamente attinenti al conseguimento del nostro titolo. Sarebbe altrimenti l’università a dover stabilire a priori il percorso di lavoro e di studio che gli individui andrebbero a svolgere nel futuro. Cosa del tutto impensabile, soprattutto in una società che continua ad evolvere, sia logisticamente sia fisicamente, le proprie attività lavorative: persone sostituite dai computer, aziende riconvertite…
Un lavoro su noi stessi e sulle nostre prospettive, che non deve però essere uno svilimento della dedizione e del sacrificio intrinsechi alla preparazione accademica. Un impegno ad investire energie in attività collaterali a completamento del percorso di studio. Tenendo a mente che per acquisire competenze, bisogna anche ricercarle.



