Se l’arte di arrangiarsi è la dote nazionale per eccellenza, Giorgia Meloni ha dimostrato una volta di più di essere una vera campionessa d’italianità. Messa alla prova con un decreto lavoro minato alla base da una cronica mancanza di fondi, la capa del governo è riuscita a ottenere con una minima spesa una enorme resa, soprattutto mediatica. Ma vediamo in dettaglio.
Il primo colpo di genio è il taglio del cuneo fiscale, che sale di ben quattro punti per i redditi fino a 35mila euro, ma per una manciata di pesi appena. Le buste paga saranno più pesanti da luglio a novembre, giusto in tempo per far sentire il loro effetto nelle prossime elezioni europee. Di più non si poteva fare, perché la somma a disposizione era circa 3 miliardi e mezzo di euro, “scovati” grazie al migliore andamento dell’economia rispetto alle previsioni di fine 2022. Per confermalo il prossimo anno occorrerebbe tagliare da qualche altra parte, perché Bruxelles nel 2024 tornerà a stringere sulla spesa in deficit e un taglio del cuneo mantenuto per tutto il 2024 costerebbe ben 12 miliardi.
Sempre a tempo, fino alla fine del 2023, è l’innalzamento dei fringe benefits (i tanto discussi bonus aziendali non tassati, che comprendono vari tipi di beni e servizi, come i rimborsi per le bollette) fino a 3mila euro per le famiglie con figli a carico, mentre i più deboli potranno contare, a partire da inizio 2024, sull’assegno d’inclusione, definito una “misura di contrasto alla povertà, alla fragilità e all’esclusione sociale”. Sarà riservato solamente a chi non è un grado di lavorare o a chi deve badare a minori o parenti disabili. In ogni caso la somma massima erogabile – 630 euro – è più bassa della somma che il governo Conte II riconosceva ai giovani in età da lavoro che si dichiaravano disoccupati. E neanche questo benefit è eterno: verrà riconosciuto per 18 mesi, poi non lo si riceverà per un mese e solamente se si dimostrerà di essere ancora in stato di necessità si tornerà a riceverlo per un altro anno. Insomma, il segnale inviato fin dall’esordio di questo governo che “solo chi lavora mangia” è stato ampiamente confermato.
L’incoraggiamento rivolto agli italiani a star lontani dal divano torna in vari punti del decreto: nella limitazione a 350 euro mensili (per un solo anno) per lo strumento di attivazione al lavoro, che punterà sulla partecipazione obbligatoria a corsi di formazione professionale, che dovrebbero incoraggiare i datori di lavori, i quali potranno contare anche su un esonero del 100% dei contributi previdenziali se assumono i beneficiari dell’Assegno di inclusione offrendo un contratto a tempo indeterminato.
Ma questo governo punta forse anche sui contratti a tempo, “liberalizzati” togliendo di mezzo i vincoli per i rinnovi per il primo anno di lavoro, mentre i voucher possono essere utilizzati per un totale di 15mila euro annui (prima il tetto si fermava a 10mila), in questo modo allargando di molto la loro applicabilità in tutti i settori dei lavori stagionali, dalle spiagge alle fiere ai parchi di divertimento.
Insomma, il governo ha tirato fuori un decreto non troppo generoso, che però indica chiaramente qual è la strada intrapresa dal governo (far ripartire il paese con il lavoro, non con i sussidi) e fa di tutto per aiutare, come promesso, le famiglie con figli. Si comincia a delineare un vero e proprio stile Meloni, basato su annunci non roboanti ma concreti e comunicati nel momento migliore per massimizzare il ritorno mediatico. Come spiega bene il nostro direttore il contrasto con la retorica dei sindacati, “strozzati” dalla decisione della premier di approvare il decreto nel giorno da sempre dedicato alle loro più o meno realistiche rivendicazioni, non potrebbe essere maggiore.



