Lollobrigida insiste nel lanciare l’allarme sul futuro demografico dell’etnia italiana. Non è sbagliato. È peggio: è inutile. Peggio ancora: è politicamente irrealizzabile.
Ve l’immaginate voi il governo che distribuisce gli aiuti alla natalità sulla base dei cognomi delle coppie di residenti in Italia? Se ti chiami Rossi o Brambilla ti aiuto. Se invece ti chiami Mohammed o Telupescu t’attacchi al tram, anche se sei cittadino italiano. Perché questo in soldoni significa «incrementare la natalità» per ragioni legate all’appartenenza al «nostro ceppo linguistico, al nostro modo di vivere», come ha detto qualche giorno fa Lollobrigida intervenendo agli Stati generali della natalità.
Voleva riparare alla gaffe del discorso sul pericolo di «sostituzione etnica» che gli è costata l’accusa di razzismo. Invece la toppa è risultata peggiore del buco. Perché richiamare il concetto di etnia per giustificare la politica delle culle piene è operazione spericolata e velleitaria. E non preserva dal rischio di essere assimilati ai razzisti, anche se il ministro dell’Agricoltura afferma che una «razza italiana non esiste» e fonda il valore dell’etnia sulla definizione che di questa fornisce la Treccani: «Raggruppamento linguistico culturale».
Mai come in questi casi è necessario fare chiarezza sui concetti e ricollocare le parole nel loro giusto ambito. Diciamo allora che tutelare l’etnia italiana è intento più che condivisibile, ma va perseguito attraverso politiche culturali e ambientali ( ad esempio promozione della lingua, tutela del paesaggio e di tutto ciò che richiami l’identità italiana) non certo attraverso politiche demografiche. Queste politiche sono sicuramente necessarie per evitare il declino del Paese e il suo spopolamento a lungo termine. Il punto è che, se proprio vogliamo richiamare un’idea culturalmente e idealmente forte per fondare una politica della natalità, dobbiamo rivolgerci ad altri concetti rispetto a quello di etnia.
Quali concetti? Uno è quello di nazione. Se Lollobrigida avesse evocato questa idea, nessuno avrebbe potuto dirgli niente. La nazione è infatti una comunità politica, una comunità che tiene uniti i suoi membri sulla comune volontà di costruire un futuro insieme. Quando questa voglia di futuro comune si indebolisce, la nazione decade, fin quasi a scomparire. E non c’è nulla di più appropriato, per rilanciare la prospettiva nazionale anche nelle generazioni a venire, che predisporre adeguate politiche per la natalità.
La nazione è in divenire costante, anche nella composizione etnica dei gruppi di cittadini che vi fanno parte. E proprio qui sta il punto fondamentale di cui Lollobrigida doveva tenere conto: la nazione è multietnica, soprattutto oggi, che viviamo nell’epoca delle migrazioni e dell’abbattimento delle frontiere nazionali.
Poi c’è sempre, naturalmente, un carattere etnicamente dominante, che deriva dalla storia, dalle consuetudini e dalla necessità, soprattutto, di difendere la lingua comune e di rendere culturalmente omogenee la nazione e la società. Ed è per questo che è fondamentale promuovere la memoria storica (anche quella locale e regionale) unitamente ai simboli della “religione civile” della patria (la bandiera, l’inno, le grandi ricorrenze nazionali).
Al dunque, quando si parla delle necessità di difendere l’ “etnia”, ci si deve in realtà riferire correttamente alla nazione. Il problema è che non a tutti è chiara la differenza. Come risulta peraltro oscura, a molti, anche la necessaria distinzione concettuale tra la nazione stessa e le nozioni che sono ad essa assimilate come quelle di paese, di popolo, di patria, di stato nazionale: sono tutte entità in cui siamo quotidianamente inseriti, anche se non siamo spesso in grado di definirle nelle loro specifiche caratteristiche.
Tornando all’etnia, la tendenza a confonderla con l’idea di nazione deriva da diversi fattori, alcuni dei quali sono comuni un po’ a tutti i popoli europei, mentre altri sono specificamente italiani.
Quanto al primo ordine di fattori, possiamo sinteticamente dire che si tratta di un retaggio ottocentesco, relativo cioè al tempo in cui la cultura europea definì il concetto di nazione. In quella fase, i concetti di nazione ed etnia tendevano quasi a coincidere, dal momento che l’idea di nazione stessa aveva bisogno fondarsi su fattori culturali derivanti dalla lingua, dalla religione, dai miti storici: letteratura e arte svolsero in tal senso una potente funzione unificante, come lo storico inglese Anthony Smith scrive in un fondamentale saggio dal titolo “L’origine etnica delle nazioni”.
Ma già nel corso del XIX secolo, il concetto di nazione tende sempre più ad affrancarsi dal retaggio del passato per farsi progetto diretto all’avvenire e principio volontaristico. Così ad esempio nel pensiero di Ernest Renan: «La nazione –scrive – è un’anima e un principio spirituale, due cose che in realtà sono una cosa sola, una è nel passato, l’altra nel presente. Una è il possesso di una ricca eredità di ricordi, l’altra è il consenso attuale, il desiderio di vivere insieme, la volontà di continuare a far valere l’eredità ricevuta indivisa».
Per quello che riguarda il secondo ordine di fattori, basterà solo dire che la confusione che continua ancora a regnare in Italia intorno al concetto di nazione deriva dalla sua rimozione dal linguaggio pubblico durante i primi decenni del secondo dopoguerra, quando l’evocazione di questa idea suonava come una sorta di rivalutazione del fascismo, con la conseguenza che l’idea di nazione andò a confondersi con quello di “razza” e, appunto, di “etnia”. Di qui anche il fatto che quasi nessuno si preoccupò per un lungo periodo di approfondire sia questo concetto sia la sua evoluzione nella società contemporanea.
La confusione operata involontariamente da Lollobrigida è un po’ anche il frutto di questa storica carenza, che è coincisa con la fase dell’egemonia culturale della sinistra e della trionfante ideologia dell’antifascismo.



