Piani Individuali di Risparmio (PIR): una panoramica completa su queste forme d’investimento

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(Adnkronos) – Milano 15 maggio 2023. I Piani Individuali di Risparmio, comunemente conosciuti come PIR, rappresentano veramente un’allettante forma di investimento? dal punto di vista fiscale. Sono, infatti, spesso proposti dalle banche come un vero e proprio investimento salva-fisco e hanno raccolto raccolto oltre 14 miliardi dieurodi risparmi degli italiani. 

Lanciati in Italia nel 2017, i PIR sono degli strumenti di investimento che hanno l’obiettivo di indirizzare il risparmio verso le piccole e medie imprese del nostro Paese, con l’auspicio di stimolare l’economia nazionale. Ma quali sono i vantaggi e i rischi di questa soluzione? A tal proposito, SoldiExpert
SCF, società di consulenza finanziaria indipendente, ha fornito sul proprio sito un’analisi completa, presentando tutte le caratteristiche, i pericoli nascosti e le alternative più vendute in Italia.  

Per ciò che riguarda la normativa, almeno il 70% del patrimonio di un PIR (Piani Individuali di Risparmio) viene investito in azioni o obbligazioni di imprese italiane quotate o europee, che tuttavia hanno una “stabile organizzazione” nel nostro Paese.  

Di questo 70%, però, il 30% deve essere formato da titoli di aziende che non figurano nell’indice di Borsa italiana FTSE MIB 40. Parliamo, dunque, di società che fanno parte dello STAR o del Midex, oppure addirittura non quotate. Tale vincolo punta a far affluire il denaro sulle imprese di piccole e medie dimensioni, come ad esempio quelle quotate all’AIM.  

Il vantaggio dei PIR che viene più sottolineato? Quello fiscale. Apparentemente una buona notizia per i risparmiatori, che convivono con un sistema di tassazione complicato, con pressione elevata. Infatti, con unPiano Individuale di Risparmio è possibile beneficiare di una detassazione degli utili a specifiche condizioni. Nei dettagli, i PIR includono investimenti i cui utili e proventi sono del tutto esenti dall’imposta del 26% e da quella di successione.  

Ma quali sono le regole? Le persone fisiche possono investire nei PIR fino ad un massimo di 40.000 euro l’anno, per cinque anni. Il totale complessivo è quindi di 200.000 euro. Tuttavia, per non pagare le tasse sul capital gain, il risparmiatore deve restare investito per almeno cinque anni.  

I PIR, dunque, rappresentano dei veri e propri contenitori giuridici che possono assumere diverse forme (conti titoli, fondi, gestioni patrimoniali, prodotti assicurativi tipo unitlinked), contenere svariate tipologie di prodotti finanziari (ETF, azioni, fondi, obbligazioni), purché vengano rispettate le limitazioni imposte dalla legge per ciò che riguarda la composizione dei portafogli.  

Ma sono veramente un investimento così furbo? In realtà, anche la stessa Banca d’Italia afferma che tra gli svantaggi dei PIR vi sono i costi. Sono infatti mediamente più alti rispetto a quelli di altri prodotti (già cari) che presentano caratteristiche simili. La conseguenza? Viene spesso annullato l’apparente vantaggio connesso ai benefici fiscali. Per risparmiare le tasse si rischia di spendere di più in costi da cui il collocatore (senza rischi) ne trarrà il massimo vantaggio.  

Ma non è tutto. I PIR possono trasformarsi anche in investimenti poco liquidi e maggiormente volatili perchè concentrati su un solo mercato visto che il sottostante è soprattutto un unico Paese ovvero l’Italia. L’errore principale che potrebbe compiere un risparmiatore è quello di investire somme di cui potrebbe avere bisogno nel breve periodo. La vendita anticipata di un PIR si traduce nella perdita sicuro del beneficio fiscale, nonché potrebbe anche significare una perdita di parte del capitale investito se i mercati sono avversi (e più è breve il periodo in cui si investe maggiori sono le probabilità di perdita).  

Nel nostro Paese i fondi PIR distribuiti sono quasi un centinaio fra azionari, bilanciati, flessibili (spesso nell’etichetta ma non nella realtà) e obbligazionari. Gestiscono circa 14 miliardi di euro e solo sui cinque fondi più collocati sono investiti oltre 7 miliardi di euro. Praticamente, i primi cinque valgono circa il 50% di quanto i nostri connazionali hanno investito.  

Nei dettagli, due fondi sono di Banca Mediolanum, il Mediolanum Flessibile Futuro Italia e Mediolanum Flessibile Sviluppo Italia. A livello di masse, seguono Arca Economia Reale Bilanciato Italia 30, Eurizon Progetto Italia 40 e Fideuram Piano Azioni Italia. 

Tali fondi hanno spese correnti che oscillano dall’1,42% al 2,08% all’anno. Ad esempio, se un risparmiatore investe 40.000 euro, in cinque anni dovrà affrontare costi certi che spaziano dai 2.840 ai 4.160 euro. 

Oltre alle spese correnti (che comprendono costi di gestione, di amministrazione, legali, di revisione e di custodia), i fondi PIR possono essere gravati da ulteriori spese eventuali, ossia le commissioni di performance, che vanno così a decurtare il rendimento per l’investitore.  

Per sottoscrivere un piano individuale di risparmio, dunque, bisogna passare da un intermediario, poiché nessuna banca è attrezzata (o non gli conviene) nel caso in cui si punti al fai da te e al risparmio amministrato. Bisogna tener presente che il costo di gestione di un PIR è mediamente dell’1,75% annuo. A ciò, spesso, s’aggiungono commissioni d’ingresso e di performance ulteriori. È importante sapere, poi, che per godere delle esenzioni fiscali, l’investimento in PIR va mantenuto per almeno cinque anni.
 

Prendiamo l’esempio dei cinque fondi PIR più collocati in Italia. Dato che hanno ormai cinque anni di vita, conviene sottoscriverli? Qual è stato il loro rendimento? Il fondo Mediolanum Flessibile Sviluppo Italia, nell’ultimo quinquennio, ha avuto un rendimento negativo (-3,26%) mentre il Mediolanum Flessibile Futuro Italia ha ottenuto una performance positiva (+12,10%). 

Il fondo Arca Economia Reale Bilanciato Italia 30 ha un rendimento che sorpassa di poco la parità, del +1,45%. Invece, i fondi di Intesa Sanpaolo Eurizon Progetto Italia 40 e Fideuram Piano Azioni Italia hanno ottenuto performance positive, del -10,16% e +22,38% rispettivamente. 

Abbiamo dunque compreso come prima di investire in un PIR non basti guardare i pro. Al contrario, occorre soprattutto valutare i possibili contro che si potrebbero verificare, così da comprendere se sia veramente lo strumento adatto alle proprie esigenze.  

Senza contare, poi, che l’investimento in azioni italiane presenta una forte volatilità e che il nostro Paese non è certo uno dei luoghi più tranquilli in cui investire. Basti pensare che, solo qualche settimana fa, il principale indice di Piazza Affari, rispetto ai massimi del 2007 (dividendi compresi), è tornato su quei livelli mentre nello stesso periodo l’indice azionario mondiale è addirittura triplicato.  

Allora, per comprendere effettivamente se il PIR sia una soluzione vantaggiosa per le proprie esigenze, il consiglio è quello di rivolgersi ad un consulente finanziario (magari indipendente) che non ha alcun interesse economico sulla vendita di prodotti finanziari. A tal proposito, infine, è possibile prenotare un appuntamento con uno dei professionisti del team di SoldiExpertSCF, così da approfondire e ottimizzare il proprio investimento, considerando però non solo il punto di vista fiscale, ma anche costi, rendimenti passati e alternative possibili.  

Informazioni su SoldiExpert SCF
 

Questo contributo è stato realizzato da SoldiExpert SCF una delle principali società di consulenza finanziaria (SCF) indipendenti in Italia, specializzata nel assistere senza conflitti d’interesse (la remunerazione è esclusivamente a parcella, feeonly) investitori piccoli e grandi nella gestione del proprio patrimonio, selezionare i migliori strumenti (azioni, obbligazioni, ETF, fondi..) o prodotti in base alle specifiche di ciascun cliente e supportarli con il proprio Ufficio Studi come strategie d’investimento e analisi. 

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