Berlusconi in politica estera, un Richelieu

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Il lascito di Silvio Berlusconi, da qualunque angolatura lo si guardi (da destra, da sinistra, da Nord, da Sud) è controverso e difficilissimo da commentare. Dal conflitto d’interessi agli scandali sessuali alle riforme annunciate e sempre abortite, non c’è stato nel mondo occidentale un uomo politico che abbia provocato giudizi tanto contrastanti tra agiografi e contestatori.

Tranne in un campo, dove persino i suoi tradizionali detrattori sembrano riconoscerne la grandezza; quello della politica estera. Silvio Berlusconi è stato il primo capo di governo europeo a mantenere un convinto filoatlantismo perseguendo allo stesso tempo una strategia in parte indipendente da Washington nei campi dove gli interessi del vecchio continente divergevano da quelli statunitensi; dal rapporto con il Nord Africa a quelli con la Russia non ancora tornata totalitarista dei primi anni Duemila. Lo fece in una maniera molto più sapiente del suo mentore Bettino Craxi, che nel 1985 si rovinò per sempre agli occhi di Washington facendo puntare le armi dei carabinieri su militari americani a Sigonella. L’unico appunto che si può fare alla politica del Cavaliere fu che le sue azioni erano troppo audaci per essere sostenute da un paese di media grandezza come l’Italia. Fosse stato presidente in Francia, oggi lo ricorderemmo come un secondo De Gaulle.

I rapporti con Gheddafi

Una quindicina di anni fa criticare la posizione morbida di Berlusconi nei confronti di Gheddafi, al quale arrivò a baciare la mano, era uno dei passatempi preferiti dei commentatori italiani. Ma vista la fine terribile che la Libia ha fatto una volta che gli americani hanno tolto di mezzo il discusso Colonnello oggi dobbiamo riconoscere che i tentativi di Silvio, che miravano a normalizzare i rapporti con la Libia e aumentare l’interscambio economico, andavano nella direzione giusta. Ci avrebbero anche permesso di diminuire la dipendenza energetica dalla Russia, con due decenni di anticipo rispetto all’odierno piano Mattei della Meloni, meritevole ma certo obbligato ora che Mosca si è tagliata fuori da sola da ogni rapporto con l’Europa.

L’amico Putin

A prima vista il rapporto con lo zar è l’aspetto più imbarazzante del suo curriculum in politica estera, ma bisogna considerare che il Putin di vent’anni fa era una persona molto diversa rispetto a quello attuale. Berlusconi ebbe un ruolo fondamentale nel riavvicinarlo agli Stati Uniti convincendolo a firmare il trattato di Pratica di Mare con la Nato. Erano altri tempi, certo, e allora il vero nemico alla sicurezza sembrava il fondamentalismo islamico, ma di sicuro quel passaggio fu un’occasione irripetibile e purtroppo non sfruttata di normalizzare in via definitiva il rapporto tra l’Occidente e l’ex blocco sovietico. Un obiettivo per il quale Berlusconi si adoperò più di chiunque altro con una convinzione che andava ben oltre i possibili interessi personali.

Una Turchia europea

Un’altra battaglia di Berlusconi, frustrata in questo caso dall’opposizione francese, riguardava l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Qui possiamo ripetere lo stesso discorso fatto su Putin; nei suoi primi anni di potere Erdogan era un leader molto più democratico di oggi, e soprattutto disposto a promuovere le riforme necessarie al sistema giudiziario per essere ammesso da Bruxelles. Berlusconi cercò di assecondarne gli sforzi, tanto che in una celebre conferenza stampa condivisa nel 2008 con il leader turco a Smirne arrivò ad impegnarsi pubblicamente per accelerare l’ingresso di Ankara nell’Ue. Il suo tentativo fu frustrato non solo dalla ferma opposizione del presidente transalpino Sarkozy, ma anche dall’opposizione interna della solita Lega, che smentì pubblicamente il premier affermando che “per il Carroccio il no all’ingresso della Turchia nell’Ue è una posizione non negoziabile”. Quel che è peggio è che Bossi lasciò che fossero due parlamentari qualsiasi a dargli torto, ridicolizzandolo di fronte all’intera Europa. Potremmo andare avanti a lungo; esempi di questo genere sono tanti nella trentennale carriera politica del Cavaliere, le cui geniali intuizioni in politica estera non andarono mai in porto un po’ perché troppo ambiziose, un po’ perché i suoi compagni di strada al governo, questo lasciatecelo scrivere, non furono mai alla sua altezza.

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