Complimenti a Milena Gabanelli, sempre più brava da quando ha rinunciato al giornalismo sensazionalistico di “Report” per quello più ragionato – ma comunque puntuto – di “Dataroom“, lo spazio a lei dedicato sul Corriere della Sera. Qualche giorno fa ha presentato ai lettori un’inchiesta su uno dei poltronifici più resistenti d’Italia, la mitica Sogin, una società – ovviamente pubblica, interamente a carico dei contribuenti – nata nel 1999 con l’incarico di smantellare le dismesse centrali nucleari italiane.
Il team guidato da Gabanelli ha scoperto che l’azienda avrebbe dovuto cessare di esistere nel 2019, entro la quale data avrebbe dovuto trovare uno spazio di stoccaggio definitivo per i rifiuti radioattivi. E già così, il costo per la collettività, previsto in 3,7 miliardi di euro finanziati con aumenti sulla nostra bolletta elettrica, era elevato. Ma d’altra parte la chiusura degli impianti era stata voluta dagli italiani stessi, che avevano deciso con il disgraziato referendum del 1987 di privarsi di un sistema di centrali nucleari allora all’avanguardia, rendendo la nostra economia completamente dipendente dai paesi esportatori di gas e petrolio.
Il problema è che sono passati 4 anni dal 2019, la Sogin nel frattempo ci è costata 4,3 miliardi di euro, e soprattutto non ha ancora iniziato a mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi e a smontare i reattori.
Il motivo di tale ritardo, secondo noi, non sta solo nella proverbiale lentezza italiana nel portare a termine i lavori pubblici, ma nell’aver creato un’azienda “a tempo”, che ora conta quasi mille dipendenti e che è destinata a essere sciolta non appena avrà completato il suo compito. È quindi naturale che chiunque la diriga abbia poco o nessun interesse a velocizzarne le attività. Ecco perché allo slogan dell’azienda, “Proteggiamo il presente, garantiamo il futuro”, si può rispondere “Proteggete il futuro sì, il vostro “. Sarebbe stato molto meglio creare un ufficio apposito presso il Ministero dell’Ambiente, i cui dipendenti avrebbero potuto ruotare e sarebbero stati naturalmente riassorbiti una volta completato il lavoro. Ma questo avrebbe significato rinunciare a creare il solito sottobosco di dirigenti e amministratori delegati che in questi vent’anni si sono succeduti con rapidità spaventosa: basti pensare che fino a oggi nessun governo ha voluto confermare il consiglio di amministrazione uscente. Dato che dal 1999 a oggi si sono alternati governi di ogni colore e tipologia – di centrodestra, di centrosinistra, tecnici lacrime e sangue, populisti, sovranisti – è ovvio che nessuna forza politica ha voglia di parlare della Sogin; quasi tutti hanno qualcosa da farsi perdonare dagli elettori.
Ben venga quindi l’inchiesta di Gabanelli, a patto che la stampa cominci a esercitare pressione sulla politica affinché faccia luce su questo spreco di denaro pubblico. Spetta al governo in carica, nello specifico a Pichetto Fratin, il cui Ministero dell’Ambiente vigila su Sogin, affrontare il problema. La società costa alla collettività oltre 100 milioni di euro l’anno; forse risparmiando quei soldi non si otterranno risultati straordinari, ma di sicuro si invierà un bel messaggio agli italiani e ai nostri numerosi creditori esteri, sempre pronti – anche con qualche ragione – a notare come sprechiamo i soldi invece di risanare i nostri conti.
Sogin, ennesimo baraccone pubblico? Perché la Gabanelli ha ragione



