Acrobazie senza protezioni col parkour, uno sport alle volte estremo sempre più diffuso e documentato tra i giovani.
C’è chi salta tra i muretti e chi tra i grattacieli.
Salti che alle volte si possono rivelare fatali come nel caso di Remi Lucidi, precipitato ad Hong Kong da una costruzione di quasi 70 piani.
Una vita passata a condividere le proprie esperienze sui social, gli stessi mezzi che la vita gliel’hanno strappata via.
Eppure il ragazzo francese non è stato l’unica vittima della propria popolarità sui media e del suo coraggio. Circa 200 sono i morti annuali dei “selfie estremi” durante il parkour. Una pratica nata per addestrare i militari e ben presto trasformatasi in una sfida con se stessi e con i limiti impostici dalla natura.
Ma quanto gli sport estremi possono essere considerati una medicina a base di adrenalina contro la monotonia e quanto hanno in comune con una sorta di eutanasia?
Quanto con queste “bravate” gli atleti temerari mirano a mettersi in mostra e quanto invece a dimostrarsi più impavidi di quello che sono realmente? Cosa c’è dietro?
Le ragioni sottostanti a questi comportamenti potrebbero essere delle più disparate: dall’incoscienza, al mancato amor proprio appartenente a chi da perdere non ha nulla, alla disperata ricerca della popolarità su internet.
Il rischio più grande di chi pratica sport estremi è quello di caricarsi talmente tanto di eccitazione, vivere per la continua ricerca di quella iniezione di brividi, fino a giungere al momento in cui nulla più riesca ad entusiasmarli. È proprio in quell’istante che per ottenere un’altra dose eccitante si alza di più l’asticella del pericolo, fino a quando la deliberazione si rivela anche fatale.
Quanto sia una scelta dettata dalla necessità impellente di superarsi, e quanto invece sia determinata da un continuo desiderio di approvazione suscitato dai social resta da chiarirsi.
Ma agli sport estremi si aggiungono anche gli azzardi conseguenti alle challenge sui social network: tra le più catastrofiche ricordiamo la “Blue Whale”, un vero e proprio gioco del suicidio in 50 step. Al secondo punto il taglio non troppo profondo delle vene con foto inoltrata al creatore della sfida, il cinquantesimo passo? Gettarsi da un edifico per rientrare in possesso della propria esistenza.
Ad accompagnare l’ “intrattenimento del terrore”, ulteriori competizioni sul web: attraversare i binari con l’imminente arrivo del treno in corsa, saltare addirittura sulle locomotive come il ventenne deceduto in Trentino, tentare di arrampicarsi su una costruzione pericolante come il defunto quattordicenne serbo Ljubisa Dimitrijevic, saltare in un parcheggio a Frosinone come il diciannovenne romano perdendo la vita.
Numerose anche le imprudenze eseguite per mettersi in mostra sui propri profili: come i due australiani caduti facendosi un selfie da una scogliera e le circa 400 le vittime complessive degli autoscatti estremi, quasi la metà di queste con un’età inferiore a 19 anni.
Oppressi dai condizionamenti o vogliosi di nuove e spericolate emozioni, i soggetti sopracitati sono tristemente spinti al compimento di imprudenze che vanno oltre la mera messa in atto di uno sport estremo. I rischi così si sommano e le speranze di uscirne fuori si dimezzano…



