Victor Hugo, il gigante che coltivava anime

martedì, 8 Agosto 2023
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Polase, Supradyn, Multivit, Carnydin, Collagenvit e bla e bla e bla… sono diecimila

gli splendidi integratori per un fisico efficiente di cui facciamo uso…servono? Ma certo che servono, parola dei consumatori abituali, compresa chi scrive…e L’ANIMA? Ci preoccupiamo mai di lei? Di corroborarla, sostenerla, vitaminizzarla in un mondo sempre più offuscato, dis-animato?  Ecco qui una serie di  inserti che ogni settimana vi forniranno un integratore per l’anima di ultimissima generazione… le sostanze di cui sono fatti non conoscono barriere temporali…passato presente futuro convivono amabilmente nella composizione alchemica di questi atipici farmaci. Assumeteli tranquillamente, non necessitano di prescrizione medica, sono gratis e privi di subdoli effetti collaterali… Buona lettura!

Dunque lei, Wittig,  si ostina a voler estrarre da un polveroso sepolcro ciò che resta di Victor Hugo, scandalosamente ignara della totale irrisonanza di questo nome nelle agili menti delle nostre giovani  generazioni?

…quegli stessi giovani che interrogati su chi fosse Aldo Moro rispondevano ‘capo delle Brigate Rosse’, o ‘Primo presidente della neonata Repubblica italiana’, o quell’esaminando che  circa la strage di Bologna e a chi fosse stata attribuita, rispose creativamente ‘ai Bersaglieri?’

Questa sua domanda è tendenziosa…

…come la sua.

In che senso?

Definendole tout court ‘agili menti’, lei pare dotare automaticamente questi giovani o similgiovani  di un brevetto di volo negli ampi e complicati cieli della mente. Solo in virtù di un atto di nascita. Di un numeretto, di una data. Del casuale riuscito rendez-vouz di un ovulo e di uno spermatozoo.

Lei invece come le definirebbe?

Orfane. Denutrite. Affamate, insomma. Come quasi tutti oggi, ma loro, se giovani, hanno un disperato bisogno di proteine spirituali. Per poter crescere. Fiorire.

Ma Victor Hugo che c’entra?

È una formidabile fonte. Da qualcuno bisognerà pur cominciare. Di anima se ne intendeva. ‘L’anima aiuta il corpo, e talvolta lo solleva. È l’unico uccello che sostenga la sua gabbia’, scrisse. Intanto: qualche data e un fatto. Nasce nel 1802 a Besancon, muore nel 1885 a Parigi…

L’interrompo subito: perché occuparcene se non s’intravede nemmeno uno straccio di centenario da celebrare…

…L’interrompo io, questa riesumazione delle care salme d’Artisti solo in occasione di anniversari vuoi di nascita vuoi di morte la trovo usanza avarissima, quasi offensiva…si tratta di Semprevivi, di piante Perenni, ogni giorno è il loro compleanno. Mi faccia arrivare al fatto: quando morì, nell’85 – nel frattempo s’era sorbettato 19 anni di esilio a Guernsey, una sparuta isoletta nel Canale della Manica – ai suoi funerali presero parte 3 milioni di fans. Parigini, francesi d’ogni parte di Francia, non francesi d’ogni parte del mondo. Cifra pazzesca, in epoche non gonfiate dalle televisioni, da Internet. Dunque, aveva parlato – direttamente, attraverso la scrittura, soprattutto nei suoi ‘I Miserabili’ – a cuori, cervelli e viscere d’ogni ceto e contrada.

Il titolo del romanzo non ci pare carico di appeal. In genere i miserabili  non emanano buoni odori, né suggeriscono appetitosi orrori, un libro che si chiamasse così stenterebbe a imporsi, oggi…

Forse uno dei motivi che rende così striminzito, disconnesso da sé questo suo povero oggi.

…Ma lei, scusi in che tempo vive?

In tutti quanti. Almeno ci provo. Presente, passato e futuro. Per il passato, li frequento entrambi: prossimo e remoto. E  non ho prevenzioni circa il futuro anteriore.

Pretenziosità acrobatiche, da circo equestre…

…Gielo concedo. Ma torniamo al romanzo, ‘I Miserabili’, è lui il protagonista. Perché è proprio di questo – enorme, straripante iperfluviale – che vorrei patrocinare la lettura, o la rilettura. La scrittura è orgastica, infinita, così densa d’altezze e strapiombi da ingenerare a tratti malessere per troppa grandezza. E’ priva di misura, di continenza, di brechtismo. A tratti sovrumana…

Ce ne faccia  un esempio…

…l’accontento subito. Uno dei mille. Ispirato a Hugo dall’osservazione appassionata d’un giardino incolto, in piena Parigi. Dura quattro pagine, ne riporterò poche righe…

‘…Non v’è nulla di piccolo; e chiunque sia soggetto alle profonde meditazioni sulla natura lo sa…Tutto lavora a tutto. L’algebra si applica alle nubi; lo splendore dell’astro giova alla rosa e nessun pensatore oserebbe affermare che il profumo del biancospino sia inutile alle costellazioni…Chi dunque conosce i flussi e i riflussi reciproci dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo, gli echi delle cause nei precipizi dell’essere e le valanghe della creazione? Un àcaro conta; il piccolo è grande e il grande è piccolo; tutto è in equilibrio nella necessità…vi sono, tra gli esseri e le cose, relazioni prodigiose, e in quell’inesauribile insieme non ci si disprezza, da sole a moscerino: si ha bisogno l’uno dell’altro. La luce non porta certo nell’azzurro i profumi terrestri senza sapere ciò che ne faccia; la notte fa la distribuzione d’essenze stellari ai fiori addormentati. Tutti gli uccelli che volano hanno ad una zampa il filo dell’infinito…la germinazione tratta ad un tempo la nascita d’un verme e l’avvento di Socrate. Dove finisce il telescopio, incomincia il microscopio; quale dei due ha la vista più forte?…la vita universale va e viene in quantità sconosciute, rotolando tutto negli invisibili misteri degli effluvi, impiegando tutto, non perdendo un  solo sogno di un solo sonno, qui seminando un animaletto, là sbriciolando un astro, oscillando e serpeggiando, facendo della luce una forza e del pensiero un elemento…’

Boh! E chi ha tempo da perdere in elucubrazioni su giardinetti incolti?

Sa chi mi sembra lei? La signorina Vaubois…

E chi era mai costei?

Una femminea apparizione nel romanzo. Fugacissima, tre righe. Bennata, perbene, fa correttamente le marmellate. Hugo così la inchioda: ‘…perfetta nel suo genere, era l’ermellino della stupidità, senza una macchia d’intelligenza…’

La ringrazio!

Pas de quoi.

Non si è visto finora nel suo citare nemmeno l’ombra d’un miserabile.                   

L’accontento subito: ecco quella che tutti i lettori del romanzo immediatamente ricordano: Cosette.

L’orfana vessata dai perfidi albergatori Thénardier. Ora, caro censore, d’infanzia vessata rigurgita il suo amatissimo ‘oggi’. Di bambini trucidati da bombe,  seviziati da bestiali genitori, annientati nell’orrifico tritacarne della pedopornografia mondiale abbonda il nostro delizioso presente. Mi permetta quindi di onorare la memoria di questa bimba di otto anni, che probabilmente non avrebbe raggiunto i nove se in una gelida notte di Natale non avesse incontrato la forte mano del suo soccorritore Jean Valjean. E insieme suggerire un filo di speranza a tutti quelli che, come Cosette, si dibattono in tetri tunnel di cui non s’intravede la fine. Chi ha attraversato accidentati percorsi di vita, e non si è tradito, ha probabilmente incontrato almeno una volta quella misteriosa mano salvifica che sollevò all’improvviso l’insostenibile secchio di Cosette e insieme la sua vita tutta.

Situazione: Esterno notte. Cosette, denutrita, scheletrica, sta facendo ritorno alla locanda dei suoi padroni. Cammina in un bosco buio, terrorizzante. Regge con le due mani un secchio grande quasi quanto lei, pieno d’acqua. L’ha appena attinta dalla sorgente di un ruscello. È lì che la sua spietata padrona le ha ordinato di andare. Ma il ritorno è faticosissismo. Ogni pochi metri deve fermarsi, e… (qui continua Hugo)

‘…e ogni volta che Cosette si fermava l’acqua che traboccava dal secchio le cadeva sulle gambe nude. E questo accadeva in un bosco, di notte, d’inverno, lontano da ogni sguardo umano, a una bimba di otto anni. Vi era solo Dio, in quel momento, che vedesse quella triste cosa. E certo sua madre. Poiché son cose che fanno aprire gli occhi ai morti, nella tomba…Giunta a un vecchio castagno, fece un’ultima fermata più lunga delle altre, per ben riposarsi; poi raccolse tutte le forze, riprese il secchio e si rimise coraggiosamente a camminare. Tuttavia quel povero essere non poté fare a meno d’esclamare: ‘O mio Dio! O mio Dio!’.

In quel momento sentì a un tratto che il secchio non pesava più nulla: una mano, che le parve enorme, aveva afferrato il manico e lo sollevava vigorosamente. Alzò il capo: una gran forma nera, dritta e slanciata, camminava vicina a lei nell’oscurità. Era un uomo sopraggiunto dietro di lei e che ella non aveva veduto venire: senza profferir parola, egli aveva impugnato il manico del secchio che la bambina portava. Vi sono istinti per ogni caso della vita: la bimba non ebbe paura.’

Ok, ok, ok. Un grande scrittore dell’Ottocento. Buonista e strappacuore. Che ce ne facciamo, oggi?

Lei poco, eticamente – e narcisisticamente – asfittico com’è. Altri, più vivi, sinceramente assetati di senso, potrebbero trovarci un’inesauribile fonte. Li lasci bere. E si faccia una buona volta da parte.

4 Comments Lascia un commento

  1. Bella idea gli “integratori settimanali per l’anima”! Questo articolo fa riflettere divertendo, è scritto con intelligenza, profondità, senso dell’umorismo: tutte cose molto apprezzate da chi scrive questo commento. Siamo molto curiosi di leggere il prossimo!

  2. Stile originale, notevoli ed interessanti le citazioni, l’uso dell ‘intervista immaginaria permette un apparente distacco che nasconde però sapientemente partecipazione emotiva e corrispondenza piena con i valori dell’ autore. Complimenti.

  3. Bel testo! Impossibile interrompere la lettura o ancor di più non arrivare alla fine. Scrittura veloce e graffiante, divertente (anche nella sua etimologia)
    Grazie
    Al prossimo articolo. Lo aspetto con piacere

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