///

Crepet ai giovani: «Attenti! L’ansia non è l’angoscia»

2 minuti di lettura

Ormai è certo: gli italiani hanno paura. Ma quali sono le nuove preoccupazioni in via di diffusione e che impatto hanno sui giovani? Qual è il ruolo svolto dai mass media nella proliferazione di questi timori innovativi e non? Lo abbiamo chiesto allo psichiatra, nonché saggista e sociologo Paolo Crepet.

Cosa pensa dell’ eco-ansia e delle altre paure trasmesse dai mass media? Ritiene che i nuovi mezzi di comunicazione abbiano cambiato l’uomo in meglio o in peggio?

«I media hanno sicuramente cambiato tante cose, ma non si può dire che tutto sia in un modo piuttosto che in un altro. Il rischio dei nuovi mezzi di comunicazione è la velocità di trasmissione moltiplicata per mille volte rispetto a qualche anno fa. Le conseguenze più immediate sono i rischi di tale rapidità, ossia che questa corrisponda anche ad una certa superficialità nella ricezione del messaggio. Quando si entra nella dimensione del “quasi immediato” non c’è spazio per una riflessione e allora si attua una certa selezione comunicativa in cui vengono privilegiate le notizie più eclatanti. E sono proprio le informazioni che suscitano più clamore ad essere responsabili dell’ansia; non di certo quelle che creano serenità. La tranquillità ha bisogno di un ragionamento, l’agitazione può provenire anche dalle Fake News».

 

Professore sull’ eco-ansia non si sofferma. Ma sui giovani che impatto sta avendo quello che in molti chiamano il “terrorismo psicologico”?

«Non so se siamo realmente arrivati a questo e non voglio far parte anche io della “comunicazione terroristica”. Credo che l’ansia sia una cosa di per sé non negativa. Il problema è quando la preoccupazione produce angoscia perché l’angoscia porta paralisi. Essendo di per sé una psicopatologia, l’ansia è uno stato dell’animo che alle volte porta cose anche molto positive».

 

Ma quindi l’ansia andrebbe trasmessa ai giovani? E se sì in che modo?

«Andrebbe trasferita la voglia di avere dei progetti, l’ansia per il futuro, non nel senso dell’«aiuto cosa mi succederà», ma del pensiero che «ho voglia di fare, non vedo l’ora di partire». La paura ha sempre un doppio significato. Se scelgo di intenderla come un insieme di preoccupazioni negative, allora è un’attitudine personale che ho voluto avere. Io credo che l’ansia di avere un piano di lavoro non voglia dire angoscia di quello stesso progetto. Sono due cose molto diverse».

 

Di chi è la responsabilità e cosa si dovrebbe trasmettere invece?

«Di chi ha in mano gli strumenti per poter speculare sull’ accezione positiva dell’inquietudine piuttosto che su quella negativa. E’ chiaro che chi ha questo seguito tenderà a fare proseliti, per aumentare quelli che oggi sono i followers. E qual è il modo più semplice per essere seguiti? E’ dare notizie terrificanti. Il problema non sono le informazioni in sé, perché se tutto si fermasse lì, come avviene nella comunicazione politica, non si verificherebbero tali fenomeni. Nella divulgazione c’è chi dice che sta succedendo un disastro e chi afferma il contrario, ma gli uni e gli altri non si addentrano oltre nella questione. Restano ad osservare seduti sull’ argine il passare del fiume; è l’atteggiamento più stupido che si possa avere. E mi meraviglio che i giovani vogliano far questo».

 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

Extraprofitti banche, fonti Chigi: “Nessun contrasto nel governo”

Articolo successivo

Mbappé-Psg, niente rinnovo: ultime news

0  0,00