Stiamo andando verso il Quarto Reich?

lunedì, 14 Agosto 2023
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Proseguiamo con baldanza col nostro programma di ‘INTEGRATORI PER L’ANIMA’. Argomento scottante, quello di oggi, ma che abbiamo cercato di trattare con la maggior leggerezza possibile, senza tradirne la sostanza. Del resto, se i nostri integratori per l’anima sono gratis, LEI, L’ANIMA non lo è di certo. ‘Fare anima’, per dirla con Hillman, risulta a volte molto laborioso…Ovunque voi siate, e comunque voi stiate, comunque, BUONA LETTURA !

 

‘Adolf, perché non entri nelle SS?’, chiese un amico ad Adolf Eichmann.

‘Già, perché no?’

Fu con questa modalità del tutto casual, avocazionale che Eichmann nel 1932 si iscrisse al Partito nazionalsocialista. Ventisei anni, un passato di fallimenti scolastici. Non era riuscito a terminare le scuole superiori, il padre deluso lo dirottò alla scuola di avviamento, ma nemmeno lì ce la fece a diplomarsi. Parenti compiacenti lo fecero assumere dalla Vacuum, una società petrolifera. E qui, come commesso viaggiatore, se la cavò meglio. Ma dopo qualche anno ‘si stufò’ della medesima, o con maggior probabilità fu la ‘Vacuum’ a stufarsi del suo calo di rendimento, poiché a un certo punto lo licenziò.

Ora: perché occuparci, oggi, di questo criminale nazista, giustiziato a Gerusalemme nel’62 dopo uno spettacolare processo durato due anni, al cospetto di una poderosa emittente statunitense, la Capital Cities Broadcasting Corporation, di un cospicuo plotone di giornalisti di tutto il mondo – e del loro universale sbigottimento? Hannah Arendt, ebrea, considerata oggi una delle massime esponenti della filosofia politica novecentesca – o della teoria politica, categoria alla quale preferiva essere ascritta – fu invitata a seguire il processo in qualità di giornalista. Da questa meditata esperienza trasse poi uno dei suoi saggi più noti ‘ La banalità del male’.

Ma perché dunque occuparci oggi di questo sepolto processo?

Per via dell’attualità del ‘Vacuum’, potremmo sinteticamente rispondere. Del Vuoto. Di allora e – ahimé! – di oggi.

Mentre scrivo mi aleggia intorno il trailer di ‘The Idol’, che con voce alla Goebbels insinua: ‘Niente è meglio di esibirsi – tu non sei umana, sei una STAR’. Splendido suggerimento per tutte le quindicenni in via di sviluppo, natiche al vento e cervellini in pappa, alla ricerca disperata d’un’identità da cover. E solo di quella, perché se no non sei nessuna.

Nello scorso giugno cinque ragazzi – facce patibolari, ma 600.000 followers su youtube – noleggiano un SUV Lamborghini per girarci un video adrenalinico, piombano a velocità micidiale su una Smart a Casalpalocco e uccidono un bimbo di cinque anni. Madre e sorellina salve per caso.

Un mese prima tre ragazzetti di 11 -14 e 16 anni strangolano un amichetto di 11 con la catena della bici, risparmio il seguito – per i cultori del genere nel Web si trova – ma non risparmio la giustificazione, agli agenti che li interrogano: ‘Abbiamo fatto come nelle serie che vediamo sempre in Tv’.

È successo nello stato indiano del Madhya Pradesh, ma poteva essere benissimo a Cesenatico o nel Varesotto o dovunque nel nostro dolce paese. Le serie che fanno l’occhietto a trucide gang sono ormai linfa universale. Sono pazzi, decerebrati, da inchiavardare sul posto in attesa di esorcismo? O non piuttosto vuoti, depersonalizzati, recipienti ottimali per il tragico slogan ‘Io influenzo, dunque sono?’

Anche Eichmann, prima d’inserirsi con tanto successo nell’allucinato e insieme lucidissimo sistema del Terzo Reich, era stato uno di questi giovani vuoti.

Il destino gioca macabri scherzi. Si diverte con le parole. Vacuum era il nome dell’azienda che per qualche anno lo aveva fatto sentire qualcuno. Ma ci volle la stritolante macchina hitleriana per fare di lui se non un Supereroe, quantomeno un superefficiente e stimato gregario dei Supereroi di quei tempi. E quando il Mossad lo disincastrò dall’Argentina dove aveva trovato riparo, e lo mise sottovetro (per protezione) in un’aula di tribunale a Gerusalemme, quest’uomo striminzito espose al mondo e ai suoi giudici – cortesi, pazienti, desiderosi di capire – nient’altro che un desolante vuoto. Si rivelò mediocre, smemorato, talvolta millantatore, ma sempre desolatamente comune. Niente di abissale, di dantesco, di orrifico. Una sproporzione madornale tra la pianificata malvagità dei crimini di cui fu accusato – e riconosciuto – colpevole, e la piccolezza, meglio la ristrettezza, l’inconsapevolezza, la penuria culturale di chi li commise.

Eichmann – e diceva il vero – non nutriva alcun odio personale nei confronti degli ebrei. Verso alcuni di loro nutriva anzi sinceri sentimenti di gratitudine, a cominciare dallo zio che si servì del cognome della moglie – figlia di un industriale ebreo – per raccomandare lo ‘sfortunato’ Adolf al Direttore generale della Vacuum, un certo dottor Weiss, anche lui ebreo.
Quando a Lublino, a Treblinka, a Minsk gli furono mostrate le prime scene di esecuzioni di massa, ne rimase del tutto sconvolto. A Lwow, in Austria, andò a trovare il comandante delle SS della città. Protestò vivamente contro ciò che aveva visto. ‘È proprio orribile quello che si sta facendo qui attorno, i giovani si trasformano in sadici…il nostro popolo diverrà pazzo o malato di mente!’

Risultato: i suoi superiori, che ne apprezzavano la straordinaria competenza organizzativa, gli risparmiarono in futuro di assistere a ‘scene crudeli’. L’importante era che l’ottimo Eichmann continuasse a pianificare ‘con grande zelo e cronometrica precisione’ il trasporto di milioni di uomini, donne e bambini nei campi di sterminio. Assistervi era facoltativo.

Del resto una mezza dozzina di psichiatri lo aveva dichiarato ‘normale’. Uno di questi pare avesse addirittura esclamato ‘Più normale di quello che sono io dopo che l’ho visitato’. Quando, in carcere a Gerusalemme, il giovane poliziotto incaricato di tutelare il suo benessere psicologico gli diede da leggere, per svago, ‘Lolita ’, Eichmann dopo due giorni glielo restituì. Con indignazione. ‘E’ un libro proprio sgradevole!’, gli disse. La cosa non deve sorprenderci. Nabokov, oltre a essere uno dei più ammalianti scrittori del Novecento, nel suo ‘Lolita’ espose al mondo, con onestà urticante, il calvario e l’estasi d’una perversione sessuale tra le più proibite.

In nessun punto del romanzo, in nessuna virgola o trattino o aggettivo, il protagonista Humbert Humbert rinnega la sostanza maligna – e insieme paradisiaca – dell’esclavage erotico per la dodicenne Dolores Haze, detta Lolita. Non si giudica, non si assolve. Quasi fossimo al cospetto d’un puro gesto della natura. Ma nelle ultime pagine del romanzo la percezione d’aver forse realmente commesso un crimine ai danni della dodicenne Dolores gli affiora improvvisa, lancinante, irreversibile. Lampo di coscienza che illumina, a ritroso, tutto il libro.

Una cosa che a Eichmann non sarebbe mai potuta accadere. Per nulla affascinato dal male – e tantomeno dal bene – egli fu sempre, e soltanto, un obbediente. Perfino il cappellano che lo visitava regolarmente in carcere a Gerusalemme, assicurò a tutti che Eichmann ‘aveva idee quantomai positive’.
E allora?

Il guaio è, come scrive Arendt ‘…che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano e sono tuttora, terribilmente normali…ed è questa normalità a risultare più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme…Poiché nel Terzo Reich, tutta la società ‘rispettabile’ aveva ceduto a Hitler, virtualmente erano svanite le massime morali che determinano il comportamento sociale, e assieme ad esse erano svaniti i comandamenti religiosi (“non ammazzare”) che guidano la coscienza. Il che implica che questo nuovo tipo di criminale commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male’.

Vacuum. Vuoto. Di coscienza, di cultura, di pensiero critico. Allora come oggi.

Followers. Influencer. Hitler – ma non solo lui – ne fu un campione. Almeno quaranta milioni di tedeschi in età di ragione lo seguirono ciecamente. Entusiasticamente. E la televisione doveva ancora nascere. Come ovviamente Web, Youtube, Tik.tok, Facebook etc. 40 milioni. Un genocida di strepitoso successo.

Adoratori dei clic, dei milioni di visualizzazioni, dell’idolatria virtuale, riflettete (se potete).

Riflettiamo. Chiediamoci, attivamente, creativamente: ‘Che fare’?

L’alba di un Quarto Reich – planetario stavolta, non solo germanico – è ipotesi sempre meno fantascientifica.

2 Comments Lascia un commento

  1. Ho sempre l’impressione di incontrare brave persone e invece accadono cose allucinanti, azioni assurde compiute soprattutto da giovani, come ci segnala l’autrice, con coraggio e lucidità da “storica”. Guardiamoci intorno e reagiamo all’indifferenza, impresa non facile, oggi come ieri. Interventi come quello che ho appena letto possono aiutarci!

  2. Sono rimasto a lungo a pensare alle parole di questo articolo. Credo che dovrebbe essere letto e ragionato con tutti i giovani (e non) che si sono fatti rapire dall’illusione di un mondo virtuale che non offre nulla di buono e durevole, che isola e separa, che rende cinici e superficiali. Che illude giovani menti, e ripeto pure NON SOLO, che sia la realtà e verità, la misura reale delle cose, un luogo dove vivere sentimenti e speranze.
    Tremendo il risveglio che prima o poi deve avvenire.
    Un’illusione di normalità che non può durare per sempre, no?

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